Non è casuale che il tema della sicurezza sia, da tempo, un passaggio obbligato del dibattito politico. L’insistenza con cui il termine ricorre conferma che quel dibattito non nasce soltanto dai fatti di cronaca, ma viene alimentato da chi, a destra, ha saputo farne più di uno strumento di propaganda. Oggi la sicurezza è diventata un sottofondo stabile e angoscioso, sul quale è possibile costruire un’egemonia politica che difficilmente potrebbe affermarsi su altri terreni.
Per la sinistra, la strada, in questo ambito, resta inevitabilmente in salita. Distinguersi invocando una «sicurezza democratica» o spostando l’asse del discorso dall’ordine pubblico alla «sicurezza dei diritti» è un’operazione necessaria, oltre che condivisibile, ma destinata a rimanere difensiva. Il nodo è infatti più profondo: è proprio il dispiegarsi delle politiche di libertà e di giustizia – condizione essenziale per potersi definire sinistra – a generare, insieme alle loro promesse, anche incertezze, conflitti e, di conseguenza, una domanda di protezione.
Libertà e giustizia, storicamente, non procedono sempre in armonia. La loro convivenza richiede una continua e faticosa ricerca di equilibrio, che finisce per costringere la sinistra a inseguire la destra, almeno finché non si riuscirà a compiere un’opera di disincanto capace di mostrare come le paure diffuse – l’insicurezza urbana, la percezione della criminalità, il disagio dei quartieri, ma anche la disoccupazione, l’inflazione e il timore di non poter essere curati adeguatamente – siano connesse, in modo significativo e direttamente proporzionale, alla profondità del dissesto economico, sociale ed ecologico che attraversa il mondo contemporaneo.
È uno tsunami avviatosi con la diffusione planetaria della frenesia neoliberista, che ha progressivamente eroso molte delle certezze su cui si fondava l’ordine nato dopo la Seconda guerra mondiale, perseguendo, insieme, un preciso obiettivo politico: ridurre il peso della cultura della rappresentanza e dei diritti. Se guardiamo più in profondità, allora, possiamo dire che le reiterate «politiche dell’insicurezza», oggi largamente diffuse su scala globale, non rispondono soltanto a esigenze contingenti di disciplinamento sociale, funzionali all’intensificazione del capitalismo estrattivo e del dominio imperiale a base tecnocratica.
La posta in gioco è più ambiziosa: arrivare a una resa dei conti con il pluralismo democratico, cioè con quella cultura liberale e con quelle istituzioni che ne hanno rappresentato la matrice originaria e dalle quali, grazie alle lotte delle classi subalterne, sono germogliati i diversi progetti di emancipazione che hanno attraversato il Novecento. Non è un caso che proprio questa tradizione sia stata, da sempre, il principale bersaglio della destra reazionaria.
Ciò a cui assistiamo oggi sono dunque i prodromi di questa resa dei conti, che assumono la forma del ritorno del «potere di fatto»: la supremazia della forza e dell’intimidazione, sostenute dalla potenza del denaro, dall’onnipresenza delle infrastrutture digitali e dal persistente incantesimo del nazionalismo, sul quale, paradossalmente, continua a reggersi l’intero edificio globale delle disuguaglianze neoliberiste. L’instabilità psichica ed emotiva di Trump, simbolo parossistico del potere di fatto, è soltanto uno dei molti volti di una destra che, non per malvagità, ma per l’intima natura del proprio progetto politico, tende ovunque a rafforzare l’esecutivo, liberandolo il più possibile dai vincoli della rappresentanza e dei corpi intermedi, fino a svuotare sostanzialmente la democrazia.

È, in fondo, una rivincita storica: recuperare ciò che due secoli di conflitti, a partire dalle rivoluzioni di fine Settecento, avevano sottratto al potere, trasformando i sudditi in cittadini attraverso l’estensione dei diritti e delle libertà. Ed è qui che il tema della sicurezza rivela fino in fondo la propria natura politica. Per promettere sicurezza occorre, prima di tutto, alimentare l’insicurezza. Occorre convincere la società che il pericolo sia permanente, che ogni protezione sia insufficiente, che solo un ulteriore trasferimento di potere verso chi governa possa metterla al riparo.
Per questo, ogni volta che la destra fa della sicurezza il cuore della propria narrazione, dovrebbe venirci in mente l’immagine di quei piromani che, dopo aver appiccato il fuoco, accorrono tra i primi con un secchio d’acqua in mano per partecipare allo spegnimento dell’incendio. La loro forza non consiste nello spegnere le fiamme, ma nel fare dimenticare chi le ha accese.




