La tecnodestra americana all’attacco dell’Europa

Si è aperta una frattura tra Stati Uniti ed Europa, una faglia che si allarga sempre più. E che ha un responsabile: il presidente Usa Donald Trump, deciso a regolare i conti in maniera brutale con quelli che considera nemici.
E l’Unione europea è, per l’appunto, fra questi, dal momento, come ha avuto modo di dire più volte, che tale organizzazione sovranazionale «è nata per fregare l’America». Una visione molto stolida, oltre che sbagliata e falsa, considerando che a incoraggiare le forme di integrazione tra le nazioni del Vecchio continente furono proprio gli Stati Uniti in chiave antisovietica, oltre che per ragioni di unicità del mercato di sbocco delle loro produzioni.
Nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata, e il neo-eccezionalismo americano in salsa trumpista guarda all’Europa come a un antitetico altro da sé sotto il profilo «ideologico» e culturale, e come a un «peso morto» e un cliente che deve esclusivamente tacere e pagare «servizi» (e armi) sotto quello strategico. Come ribadito da tutti gli interventi e atti pubblici di questa Amministrazione, dal famigerato «discorso di Monaco» del febbraio 2025 del vicepresidente Vance (nemico giurato dell’euroatlantismo) all’ultima versione del documento sulla dottrina della Strategia di sicurezza nazionale.
Dove la priorità consiste nella competizione con la Cina (anche se non una novità, visto che la centralità di questo scontro è iniziata con la presidenza Obama, tanto detestata dall’attuale inquilino della Casa Bianca), da cui deriva la scelta – totalmente illusoria e priva di fondamenti – di mostrarsi molto concilianti con la dittatura putiniana per sganciare Mosca da Pechino. Evento che non si produrrà mai, e fa dubitare assai della lucidità strategica di Trump, o pensare male – cosa spesso fondata, come insegnava qualcuno che se ne intendeva – riguardo a possibili relazioni inconfessabili con il boss del Cremlino e i suoi oligarchi.
A proposito di oligarchi a stelle e strisce, l’altro gigantesco contenzioso con l’Europa trae origine dal confronto con Big Tech, i cui vertici hanno stretto una rinnovata alleanza con Trump nel nome di quelle tecnologie dual use che costituiscono uno dei fattori fondamentali di competition con la potenza cinese. Il «trumpismo n. 2», a differenza di quanto appariva dalle dichiarazioni (e dalle aspettative della stessa base Maga), non si fonda su un isolazionismo autentico, ma su una forma di neoimperialismo, altro punto di contatto con il putinismo; e per la proiezione globale degli Usa il supporto della Silicon Valley (ove sono presenti alcuni consiglieri essenziali del presidente, a partire dal patron di Palantir Peter Thiel) risulta, per l’appunto, imprescindibile.
Gli ultimi due gesti antieuropei – atti che nessun Paese alleato avrebbe mai potuto compiere – sono la nomina di un «inviato speciale per la Groenlandia», che Trump ha dichiarato a più riprese di voler annettere separandola dalla Danimarca, e le sanzioni sotto la forma di visti di ingresso negli Usa negati a tre cittadini europei e due britannici, quattro dei quali impegnati in Ong e centri studi che operano contro la disinformazione, mentre il quinto è, addirittura, l’ex commissario francese Thierry Breton. «Reo» di essere stato uno dei padri del Digital Service Act, che Big Tech avversa in ogni modo, e già protagonista di un epico litigio con Elon Musk.
La cautela mantenuta finora dall’Ue – anche per evitare ulteriori affronti trumpisti nei confronti dell’Ucraina – deve lasciare il passo a una differente linea di condotta, combattiva e commisurata agli sfregi compiuti nei confronti di questo nostro continente da quella che sarebbe (purtroppo) ingannevole continuare a ritenere una nazione amica. Trump – al pari di Putin – capisce solo il linguaggio della forza, e pratica una forma di bullismo istituzionale, in questo caso giustappunto assecondato e spinto dall’industria digitale che vorrebbe distruggere l’Unione europea per smantellarne l’apparato regolatorio e le normative antitrust. La tecnodestra promuove sfacciatamente l’hate speech, presentato quale sedicente libertà d’espressione, e il movimento Maga con Vance – figura di raccordo tra questi due universi – detesta l’Europa sul piano valoriale e quale culla della democrazia liberale, giudicata in disfacimento, «debosciata» e senza futuro.
Dal punto di vista dell’establishment oggi al potere in America ci troviamo nello stadio di una guerra di civiltà, come Trump rivendica anche nei suoi messaggi dopo i raid in Nigeria, erigendosi ad autoproclamato «cavaliere e lord protettore dei cristiani» nel mondo. Servono, dunque, contromisure, reazioni, diniego di visti e dazi. Perché (nella fattispecie pacificamente) à la guerre comme à la guerre...
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