Usa severi, ma l’Europa deve uscire dal torpore

Al World Economic Forum di Davos se ne sono sentite di tutti i colori sull’Europa, fosse Donald Trump, il suo segretario al Commercio Howard Lutnick, o Volodymyr Zelenski. Le reazioni non sono mancate, da quella d’impulso di Christine Lagarde con l’abbandonare la cena, a quelle di Emmanuel Macron, «l’Europa non si arrenderà alle pressioni o alle intimidazioni», sino a quelle più a freddo dei vertici dell’Ue, riprese nell’ultimo Consiglio europeo, a ribadire come sovranità e integrità territoriale di Danimarca e Groenlandia non siano negoziabili e a riconfermare l’impegno per l’Ucraina.
Anche nelle risposte, pur sacrosante, nulla di inatteso. Proviamo ad andare oltre il botta e risposta, chiediamoci se in quelle critiche non vi sia qualcosa su cui dovremmo riflettere, e magari farle nostre. Trump ha criticato la mancanza di competitività dell’Europa e la sua scarsa capacità di crescita. A fronte di un’economia degli Stati Uniti più dinamica e competitiva. Non è bello sentircelo dire, ma rispecchia una situazione di fatto.
Ce lo diciamo pure fra noi. Il rapporto Draghi è stato impietoso. Il mercato unico non tiene il raffronto con quello americano: eccesso di regolamentazione, ostacoli interni ed altro lo rendono ben meno integrato di quanto era nelle intenzioni. Di qui l’insufficiente competitività. Frutto degli egoismi nazionalistici. La colpa è nostra.
L’affermazione di Trump di un’Europa «non nella giusta direzione», non è campata per aria. Di seguito, Lutnick ha messo in relazione le politiche verdi dell’Europa proprio con la competitività e favoriscono la Cina. Lo ha fatto, à la Trump, ma è difficile dargli torto.
Basti ricordare il caso dell’industria automobilistica. Fortunatamente la Commissione europea sta rivedendo la regolamentazione sulle emissioni zero dal 2035. Restano, comunque, le multe sul non adeguamento alla riduzione delle emissioni. Le sanzioni per i produttori nel 2026 potrebbero aggirarsi intorno ai 15-16 miliardi.
Una mazzata alla competitività, un assist, appunto, alla Cina. In tutto ciò, ci permettiamo di congelare il trattato Mercosur, col rischio, leggi certezza, qualora fosse definitivamente affossato, per la gioia di chi già oggi festeggia, di un favore alla Donroe trumpiana. In sostanza: fuori l’Europa dall’America Latina. La Cina pure ne trarrebbe vantaggi. Le auto elettriche di Byd sono già massicciamente importate nell’Argentina di Milei. Noi saremo lì a leccarci le ferite.
Sulla Groenlandia Trump ci ha accusato di non avere un piano di difesa o strategia geopolitica. In effetti non esiste. Solo ora cerchiamo di mettere assieme qualcosa. Era parte dell’allora Cee, ma ce la siamo fatta scappare per questioni sulla pesca. Una qualche eccezione la si poteva pure concordare.
Forse, come Trump l’ha definita a Davos, la consideravamo solo «un pezzo di ghiaccio». Zelenski, pur con parole consone, non è stato meno duro. Ci ha ricordato la dipendenza da Washington per la difesa e come l’Ue non ne abbia ancora costruita una, non riuscendo a opporsi in modo efficace all’aggressione russa.
Non ha deragliato… Di aiuti ne abbiamo dati, non meno degli Stati Uniti, ma sul piano politico non pesiamo, ne sono ultima prova gli attuali negoziati in Abu Dhabi. Dove è l’Europa? Ancora, il presidente Ucraino ha lamentato la nostra inazione contro la «shadow fleet» russa, montata per aggirare le sanzioni. Il perché non è misterioso, ma scomodissimo: quel petrolio, una volta triangolato, arriva da noi, e a prezzi da saldo.
Per cui, laissez aller, laissez passer. Deve aver pungolato l’orgoglio di Macron. Sarà un caso, ma il giorno dopo la Francia ha sequestrato una di queste petroliere. Le critiche non fanno mai piacere, soprattutto se espresse in malo modo. Tuttavia, una volta sfrondate, potrebbero aiutarci nel non proseguire nel metterci nei guai.
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