La Cina, il petrolio di Mosca e le strategie energetiche

Le principali compagnie cinesi hanno sospeso le importazioni via mare di greggio russo: la decisione è arrivata doop l’annuncio delle nuove sanzioni Usa contro Mosca
Il presidente cinese Xi Jinping - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente cinese Xi Jinping - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Negli ultimi giorni, la politica energetica cinese è tornata al centro dell’attenzione dei centri decisionali occidentali. Le principali compagnie statali – PetroChina, Sinopec, Cnooc e Zhenhua Oil – hanno sospeso le importazioni via mare di petrolio russo, decisione presa immediatamente dopo l’annuncio delle nuove sanzioni Usa contro Mosca. Sin dai primi mesi del suo secondo mandato, Trump ha indicato con chiarezza la direzione della sua politica economica: usare dazi e sanzioni come strumenti di pressione globale, colpendo anche i Paesi che sostengono indirettamente l’economia russa, in particolare le rotte e i canali finanziari che consentono a Mosca di aggirare le misure occidentali. Le nuove disposizioni, già in fase di attuazione, includono anche Rosneft e Lukoil, i due colossi energetici russi che più hanno beneficiato del commercio con l’Asia.

In questo quadro, la mossa cinese appare come un atto di prudenza più che di disallineamento politico. Limitare le forniture più visibili - cioè quelle trasportate via mare - serve a ridurre l’esposizione al rischio di sanzioni secondarie e a preservare la possibilità di un margine negoziale con Washington. Le importazioni via oleodotto, invece, restano stabili: segnale che Pechino non intende compromettere la cooperazione energetica con la Russia, ma piuttosto rimodularne la forma.

La decisione cinese si somma a quella, altrettanto significativa, dell’India, che ha segnalato la volontà di ridurre gli acquisti di greggio russo trasportato per mare: diverse raffinerie stanno infatti riesaminando i contratti con le compagnie russe sanzionate, tra timori di ritorsioni finanziarie e difficoltà assicurative legate alle restrizioni occidentali. Secondo dati di S&P Global Commodity Insights, nel terzo trimestre di quest’anno le importazioni indiane di petrolio russo via mare sono diminuite di circa il 13% rispetto al trimestre precedente.

Per la Russia, che dopo l’invasione dell’Ucraina aveva dirottato verso l’Asia oltre il 70% delle esportazioni di greggio, si tratta di un segnale di vulnerabilità crescente. Le vendite via mare rappresentano una fonte essenziale di valuta pregiata: un loro calo prolungato potrebbe erodere le entrate fiscali del Cremlino, ridurre la capacità dello Stato di finanziare lo sforzo bellico e costringere le compagnie a concedere sconti sempre più elevati pur di restare competitive. In altre parole, le scelte di Pechino e Nuova Delhi, pur dettate da ragioni pragmatiche, mettono in luce la dipendenza strutturale della Russia dai mercati asiatici e la fragilità di un’economia di guerra sostenuta da esportazioni sempre più difficili da collocare.

Trump, già in Asia per una serie di incontri bilaterali, ha più volte accennato all’intenzione di «parlare di Russia con Xi Jinping», lasciando intendere di voler coinvolgere la Cina in un percorso di pressione su Mosca. La logica è coerente con la sua tradizione di «personal diplomacy»: usare il negoziato diretto per minare i legami tra rivali e presentarsi come l’unico leader in grado di condurre accordi globali senza intermediari. L’incontro con Xi, previsto a margine del vertice Apec in Corea del Sud nei prossimi giorni, rappresenta il primo banco di prova di questa strategia. La cornice asiatica non è casuale: offre a Washington un terreno diplomatico favorevole per rilanciare la propria immagine regionale e per sondare, direttamente con Pechino, i margini di una possibile convergenza tattica sulla crisi ucraina. Per Xi, invece, l’appuntamento sarà l’occasione per presentarsi come interlocutore indispensabile in un contesto multilaterale in cui la Cina mira a riaccreditarsi come potenza di equilibrio.

Donald Trump a Kuala Lumpur - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump a Kuala Lumpur - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La risposta di Pechino, come spesso accade, è stata calibrata. Xi Jinping non ha intenzione di rompere con Mosca, ma nemmeno di legarsi mani e piedi a un partner sempre più scomodo. La Cina continua a importare petrolio russo via oleodotto, mantiene la cooperazione militare e tecnologica, ma evita di enfatizzare pubblicamente l’intesa. Al tempo stesso, promuove una narrativa di neutralità responsabile: chiede un cessate il fuoco in Ucraina, dialoga con Bruxelles e si propone come mediatore potenziale, nel tentativo di consolidare un’immagine di potenza stabilizzatrice.

Tuttavia, questa prudenza non va confusa con un allontanamento reale. L’asse sino-russo è fondato su interessi strutturali, non su convenienze momentanee. Pechino ha bisogno della Russia come fornitore energetico affidabile e come alleato geopolitico nella contestazione dell’ordine occidentale; Mosca, a sua volta, dipende dal mercato e dal sostegno diplomatico cinesi per sopravvivere alle sanzioni. Ciò che può cambiare, semmai, è il grado di esposizione pubblica della partnership, non la sua sostanza.

Vladimir Putin - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Vladimir Putin - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Trump può dunque sperare di ottenere un allentamento tattico, non una rottura strategica. Le sue pressioni economiche e la minaccia di nuovi dazi potrebbero spingere Pechino a dosare con maggiore cautela le relazioni energetiche con Mosca. Ma difficilmente riusciranno a incrinare un’intesa che si fonda su una visione comune: ridurre il potere e la legittimità dell’Occidente. In fondo, il triangolo Washington-Pechino-Mosca non è mai statico: è un equilibrio mobile, dove ognuno tenta di guadagnare spazio senza rompere del tutto con gli altri. Trump gioca la carta della divisione; Xi quella del pragmatismo. Il risultato è un mondo in cui le alleanze non si spezzano, ma si piegano al momento, e dove ogni gesto tattico - anche una semplice sospensione delle importazioni via mare - diventa parte di una più ampia strategia di sopravvivenza geopolitica.

Alla fine, più che un segnale di distacco, la cautela cinese rappresenta la piena espressione del suo realismo strategico: sostenere la Russia quanto basta per indebolire l’Occidente, ma non abbastanza da pagarne il prezzo. È su questo equilibrio sottile che si gioca la prossima fase della competizione globale, e su cui Trump, da abile negoziatore, cercherà di fare leva per trasformare la tattica in vantaggio politico.

Antonio Fiori, docente di Storia e Istituzioni dell'Asia, Università di Bologna

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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