Mercato globale e microchip: l’asse Stati Uniti-Taiwan spaventa la Cina

L’accordo sui semiconduttori tra Stati Uniti e Taiwan, annunciato nei giorni scorsi, segna un nuovo passaggio nella crescente politicizzazione delle catene globali del valore e conferma come la competizione tecnologica sia diventata uno dei terreni centrali della rivalità strategica tra Washington e Pechino.
Formalmente presentata come un’intesa commerciale e industriale, la cooperazione rafforzata sui microchip assume un significato politico ben più ampio, soprattutto per il ruolo cruciale che Taiwan occupa nell’ecosistema tecnologico mondiale.
Sinergie
L’intesa prevede una riduzione dei dazi statunitensi su una serie di prodotti tecnologici taiwanesi e consolida l’impegno delle aziende dell’isola a investire negli Stati Uniti nel settore dei semiconduttori avanzati. Secondo quanto comunicato dalle parti, gli investimenti complessivi previsti da Taiwan ammontano ad almeno 250 miliardi di dollari, una cifra che riflette la volontà di costruire un legame strutturale e di lungo periodo tra le due economie nel comparto più sensibile dell’industria tecnologica globale.
Al centro dell’accordo si staglia Taiwan semiconductor manufacturing company (Tsmc), il più grande produttore mondiale di chip di fascia alta, già impegnato nella costruzione di grandi impianti produttivi in Arizona. La presenza di Tsmc sul territorio americano – voluta già dalla prima amministrazione Trump in funzione di de-risking strategico e securitizzazione della tecnologia – è considerata da Washington un tassello essenziale per rafforzare la sicurezza delle forniture e ridurre i rischi legati a eventuali crisi geopolitiche nello Stretto di Taiwan.
L’accordo lega inoltre i benefici tariffari all’espansione della capacità produttiva negli Stati Uniti, rafforzando l’incentivo alla localizzazione industriale, pur con tempistiche che restano necessariamente di medio-lungo periodo data la complessità tecnologica del settore.
Strategie Usa
Per gli Stati Uniti, l’intesa risponde a una logica che va oltre la semplice cooperazione economica. I semiconduttori sono ormai riconosciuti come infrastrutture critiche per il funzionamento dell’economia moderna e per la superiorità militare e tecnologica. Dall’intelligenza artificiale ai sistemi d’arma avanzati, dalle reti di comunicazione alle industrie strategiche, il controllo dei chip più sofisticati è diventato un elemento chiave della sicurezza nazionale. In questo contesto, Washington punta da anni a ridisegnare le catene di approvvigionamento, riducendo la dipendenza da aree percepite come vulnerabili o potenzialmente ostili e rafforzando la produzione domestica attraverso partnership con alleati considerati affidabili.
FAPA says tariff deal solidifies Taiwan as key US trade partner https://t.co/z9Z5N9gFcO pic.twitter.com/IWmGrWDzkO
— Taiwan News (@TaiwanNewsEN) January 19, 2026
Il contesto commerciale in cui nasce l’accordo è tutt’altro che neutro. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump aveva fissato dazi sulle importazioni taiwanesi fino al 32 per cento, successivamente ridotti al 20 per cento in attesa di un’intesa negoziata. L’accordo annunciato nei giorni scorsi porta ora le tariffe al 15 per cento, allineandole a quelle applicate ad altri partner strategici degli Stati Uniti nell’Asia orientale e segnando una de-escalation selettiva, condizionata però a impegni industriali concreti.
Taiwan, da parte sua, è un attore insostituibile in questo processo. L’isola produce oltre il 60 per cento dei semiconduttori globali e la quasi totalità dei chip più avanzati, rendendola un nodo centrale dell’economia mondiale. L’accordo con gli Stati Uniti consente a Taipei di consolidare questa posizione e di rafforzare il proprio accesso al mercato americano, ma ha anche una chiara valenza politica. In un contesto di crescente pressione militare e diplomatica da parte della Cina, approfondire i legami economici e tecnologici con Washington significa aumentare l’interdipendenza con il principale partner strategico e rafforzare indirettamente la propria sicurezza.
Rabbia cinese
La reazione di Pechino è stata immediata e durissima. La Cina ha ribadito la propria ferma opposizione all’accordo, denunciandolo come una violazione del principio di «una sola Cina» – secondo cui Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio – e come un’ingerenza negli affari interni cinesi. Secondo le autorità di Pechino, qualsiasi forma di cooperazione ufficiale tra Stati Uniti e Taiwan, anche in ambito economico e tecnologico, contribuisce a rafforzare l’autonomia dell’isola e mina le basi della sovranità cinese. La questione di Taiwan resta infatti uno dei dossier più sensibili per la leadership cinese, strettamente legato alla legittimità del Partito comunista e alla narrativa della «riunificazione nazionale».
A Chinese mainland spokesman on Wednesday criticized the recent trade agreement between #Taiwan and the United States, labeling it a "sellout pact" and accusing Taiwan's Democratic Progressive Party of jeopardizing the well-being of its people and undermining industrial… pic.twitter.com/0sCPS8wYnb
— China Daily (@ChinaDaily) January 21, 2026
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la preoccupazione cinese ha anche una dimensione profondamente strategica. La Cina è ancora fortemente dipendente dall’estero per i semiconduttori più avanzati e ha subito negli ultimi anni un duro colpo dalle restrizioni statunitensi all’export di tecnologie critiche. Il rafforzamento strutturale dell’asse tecnologico tra Washington e Taipei rischia di consolidare un sistema di esclusione che rende più difficile per Pechino colmare il divario nei chip di fascia alta, considerati essenziali per l’intelligenza artificiale, la difesa e la modernizzazione industriale.
L’accordo si inserisce inoltre in una dinamica più ampia di frammentazione dell’economia globale lungo linee geopolitiche. Sempre più spesso, commercio, investimenti e tecnologia vengono utilizzati come strumenti di competizione strategica. I semiconduttori, in particolare, sono diventati una leva di potere comparabile all’energia nel XX secolo. In questo scenario, le scelte di Stati Uniti e Taiwan non sono neutrali, ma contribuiscono a ridefinire gli equilibri industriali e politici nell’Indo-Pacifico.
Il risultato non è semplicemente un aumento delle tensioni, ma una cristallizzazione di linee di frattura già esistenti. Con questo accordo, Stati Uniti e Taiwan trasformano apertamente l’interdipendenza tecnologica in uno strumento di potere, accettando il costo politico di una reazione cinese prevedibile ma ritenuta gestibile. Pechino, dal canto suo, si trova di fronte a un rafforzamento strutturale di un assetto tecnologico che limita le sue opzioni e rende più difficile separare la questione di Taiwan dalla competizione strategica con Washington.

In questo quadro, i semiconduttori cessano definitivamente di essere un dossier economico e diventano un elemento permanente dell’equilibrio di sicurezza nell’Indo-Pacifico. L’accordo annunciato non apre una nuova fase del confronto sino-americano: ne sancisce la normalizzazione, spostandone il baricentro dal piano militare a quello tecnologico, con implicazioni destinate a durare ben oltre l’immediato ciclo diplomatico.
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