La politica estera conferma la sua primazia sulle vicende nazionali interne e la capacità di condizionare le scelte strategiche, le scadenze elettorali, le fortune dei singoli politici, protagonisti od aspiranti tali. Lo scontro a tutto campo tra il presidente Usa Donald Trump e la nostra presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni segnerà il cammino che porterà al voto politico nazionale e non basterà l’invito a moderare i termini della contesa per mascherarne gli effetti dirompenti che ha innescato ed alimenta di giorno in giorno.
Non è una novità assoluta, ma oggi lo scenario mondiale in movimento è più che mai ineludibile e le accelerazioni che propone non possono essere corrette da frenate e sterzate riparatorie. C’è chi è pronto a scommettere che Trump continuerà ad incalzare Meloni fino a promuoverne la sconfitta elettorale e vendicarsi della messa in discussione del suo ruolo egemone internazionale. Si citano episodi del passato – come la vicenda di Sigonella, che ebbe protagonista Craxi contro Reagan – per ricordare che la contestazione del primato occidentale statunitense viene fatta pagare a duro prezzo, prima di tutto dall’alleato principe che si sente tradito nei suoi impegni e quindi legittimato a rivalersi.
Dire che il dissidio personale, pur aspro, non mette in crisi una storica alleanza, che viene confermata nei suoi fondamentali, e non mina le fitte relazioni commerciali instaurate nel tempo, non basta a disinnescare la portata di una rottura. Meloni, in prima persona, non gode più della portata di quell’ombrello protettivo, anzi, proprio a lei viene pubblicamente tolto. Se Trump va perdendo fascino sul suo elettorato interno e sulla credibilità internazionale a causa delle guerre che innesca, non è affatto pronosticabile che tutto ciò implichi una tenuta del consenso personale di Meloni. Anzi, il darlo in caduta lo rende ancora più furioso e impegnato a favorire la disfatta di chi è considerato alla stregua di un inviso nemico da abbattere, usando i diversi ambiti di discredito, compreso il dossieraggio.
Meloni somma le contestazioni Usa alle intemperanze interne ad una maggioranza divisa, sempre più preoccupata e attenta alla tenuta dei singoli soggetti partitici concorrenti. Inoltre sottoposta a quelle reprimende portate da opposizioni che puntano sulle sue difficoltà personali per provare a ribaltarne il ruolo guida del governo nazionale. Si verificano scossoni, che partono da lontano e scendono, come avvoltoi, sulle vicende casalinghe, dando costrutto ad inediti e chiedendo inusitati atti di fiducia. Se si discuteva sulla possibilità che il prossimo voto si attestasse su una situazione di pareggio paralizzante, in mancanza di una rivisitata legge elettorale, il fatto nuovo della sfiducia personale di Trump pone la questione del ruolo europeo dell’Italia, e di chi è legittimato a farsene promotore propositivo e non succube passivo. Meloni resta protagonista, ma il mazzo delle carte da distribuire è conteso da più mani che ne contestano, alla radice, le funzioni. Sarà una partita senza esclusione di colpi.



