Rifondazione comunista a sinistra, Sud chiama Nord e forse i Liberaldemocratici di Marattin a destra: in questi giorni i poli maggiori stanno facendo incetta di partitini. È facile capire perché: la soglia del 42% non è certa, ma soprattutto – se la si supera – non è assicurato il primo posto. Schlein e Meloni avrebbero avuto a portata di mano una soluzione facile: imbarcare da una parte Azione e dall’altra Futuro nazionale, ma entrambe le mosse avrebbero fatto perdere più voti (a sinistra un’ecatombe di consensi in uscita dal M5s verso l’astensione; a destra, un passaggio vistoso di suffragi da Forza Italia a Calenda o all’astensione) anziché guadagnarne. Per non parlare dei veti reciproci: Tajani e Vannacci sono incompatibili in una coalizione, così come Calenda e Conte.
Perciò, è meglio far entrare partitini che non disturbino i partiti delle rispettive coalizioni e che (salvo il caso di Sud chiama Nord, che può togliere a Noi moderati il posto di miglior lista sotto il 3% e impedire a Lupi e ai suoi di entrare in Parlamento) hanno percentuali di voto così trascurabili da non poter avere seggi, regalando però consensi al proprio polo. Si può discutere sull’opportunità o meno di allargare le coalizioni con forze minori pur di vincere, ma in una competizione nella quale anche uno 0,2% può fare la differenza, tutto quel che non fa danni ma porta acqua al mulino è sempre ben accetto.
Del resto, a destra Sud chiama Nord è assimilabile all’elettorato del polo e ancor di più lo sarebbe il gruppo di Marattin; a sinistra, se a qualcuno vedere il simbolo di Rifondazione comunista fra gli alleati può infastidire, è pressoché certo che non ci sarà nessuna perdita di voti moderati (Acerbo non ha il 6-8% del tempo di Bertinotti, ma sì e no un decimo di quella cifra, quindi non fa paura, anche se serve a certa stampa per gridare al pericolo comunista, che fa sempre vendere copie).
Questa costruzione «per briciole» delle coalizioni fa capire a che punto di equilibrio è la competizione, ma non tiene conto di un potente fattore di squilibrio dei rapporti di forza: le primarie. Abbiamo visto che, secondo Swg, il confronto darebbe in lieve vantaggio il centrosinistra sia se la sfidante di Meloni fosse Schlein, sia se fosse Conte; altri, però, registrano che Conte avrebbe più possibilità rispetto alla leader democratica e che il fattore determinante sarà l’impronta che la presidente del Consiglio darà alla gara. Una Meloni protagonista assoluta della destra finirebbe per mangiarsi elettoralmente gli alleati ma anche per mobilitare il popolo conservatore molto più di quanto oggi possano fare due leader non troppo forti come Tajani e Salvini. In più, farebbe valere l’esposizione mediatica di chi è al governo. Il duello fra donne con Schlein mobiliterebbe a sinistra un certo tipo di elettorato, ma forse non tutto quello pentastellato, mentre la lotta fra due ex premier (Meloni e Conte) non aiuterebbe i moderati del centrosinistra a impegnarsi troppo per l’«avvocato del popolo» e per il campo largo.
In sintesi: in attesa di capire quanti voti sposteranno i confronti diretti di una politica sempre più personalizzata, i poli raccolgono tutto il possibile, evitando di mettersi in casa alleati elettoralmente più appetibili (Calenda e Vannacci) ma estremamente scomodi.




