Non è un caso che nelle foto di gruppo del «campo largo» siano comparsi finora solo Conte, Fratoianni, Bonelli e Schlein. I centristi non ci sono perché non si sono organizzati ancora in partito (Onorato) o perché il M5s ne diffida (Renzi). L’argomento che Conte usa per chiedere a Schlein di farsi garante per Renzi è che la presenza di Italia viva «mi depotenzia sul piano elettorale perché la mia comunità la soffre; per questo chiedo di costruire paletti nei confronti di chi, domani, sia nelle condizioni di fare danni». Non sarebbe Renzi come persona il problema, ma la possibilità che la presenza di Italia viva induca un certo numero di elettori pentastellati ad astenersi.
C’è, però, neanche tanto fra le righe, il timore che l'ex segretario del Pd rifaccia a Conte la beffa del 2021, quando lo disarcionò per favorire la formazione del governo Draghi. Il leader dei Cinquestelle non ha mai digerito la «cacciata» da Palazzo Chigi, come dimostra anche l'affossamento della candidatura al Quirinale dell'«usurpatore» ex presidente della Bce. Conte, che partecipa alle primarie per vincerle (o comunque per far valere un'area di consenso più diffuso dell'ambito elettorale del suo partito, cercando di trainare il M5s) non ha nessuna intenzione di mettersi in casa un leader che – almeno nei timori del leader pentastellato – potrebbe provocare una crisi di governo alla prima occasione.
Inoltre, c'è il problema elettorale: se la coalizione può arrivare al 43-44% sommando tutti i partiti, così come sono rilevati dai sondaggi, va però osservato che si dovrebbe testarla nel complesso, in quanto la coperta potrebbe essere corta (con Conte candidato, il M5s tiene i voti e aumenta un po', ma Pd e centristi perdono verso Azione; con Schlein candidata e Renzi in coalizione, il M5s rischia di perdere verso l'astensione). Quel 43-44, argomenta di fatto Conte, è il risultato dell'aggiunta di un 2-3% di Renzi che però può far perdere un altro 2-3% alla coalizione (cioè, nello specifico, proprio al M5s). Nel quadro di una competizione col Pd che è fatta anche di percentuali, un conto è trovarsi al livello delle europee, con Schlein al 24% e i pentastellati faticosamente intorno al 10%; un altro è avere il Pd al 19-20% e il M5s sul 14-15%.
Il riequilibrio dei rapporti a sinistra può essere bloccato da una fuga di consensi dai Cinquestelle innescata dalla convivenza con Renzi. Ecco perchè serve una «garanzia». Schlein, che ha risposto dicendo che «non si faranno gli errori del 2022» ha praticamente aggirato l'ostacolo: per lei, del resto, il «campo largo» è una scelta senza alternative.

Se mancasse il M5s, il centrosinistra andrebbe di nuovo verso la sconfitta (a meno che nessuno raggiunga il 42%, in modo da far tornare tutti in gioco, dopo il voto) ma soprattutto la segretaria perderebbe la sua ragion d'essere alla guida del Pd (senza contare che non riuscirebbe facilmente a sopravvivere politicamente alla fine dell'alleanza). Se i numeri lo permettessero, probabilmente a Schlein la foto con Fratoianni, Bonelli e Conte starebbe bene; però il 42% è difficile da raggiungere, quindi Renzi serve, perché la leader democratica non ha alcuna alternativa – se vuole mantenere il posto – alla vittoria della coalizione e a un risultato del Pd vicino a quello delle europee.
Alla fine, la garanzia arriverà, ma in politica è tutto scritto sull'acqua. Anche perché Schlein non ha chiesto una garanzia a Conte sulla tenuta dell'elettorato pentastellato nel caso in cui l'ex premier perda le primarie. Se avesse voluto far polemica, l'avrebbe pretesa in cambio di quella su Renzi, ma la segretaria ha in mente un solo obiettivo: andare alle elezioni col M5s, «testardamente unitari»; quindi, meglio non infastidire il leader pentastellato.




