Il sostegno militare e finanziario all’Ucraina agisce come un solvente corrosivo sugli schieramenti italiani. Il paradosso del panorama politico attuale risiede nella sua perfetta simmetria: i due poli opposti ospitano, al proprio interno, le medesime pulsioni di rottura.
A destra è il Carroccio a voler chiudere i cordoni della borsa verso l’Est Europa, mentre sull’altro versante sono i Cinquestelle e l’estrema sinistra a predicare il disimpegno. A fare da scudo interviene il blocco governativo – la Difesa e gli Esteri – ricordando a tutti che l’ancoraggio euro-atlantico non ammette scatti in avanti e che la credibilità internazionale del Paese si fonda su trattati a cui non si può voltare le spalle. Se la coalizione progressista appare su questo argomento meno agitata, per il momento, è solo per l’incapacità persino di intavolare un confronto preliminare sul programma.
Nel fronte governativo, invece, la miccia è stata accesa dall’ennesima tentazione di Salvini di scuotere l’esecutivo dall’interno. La sortita del vicepremier – deciso a proclamare lo stop ai rifornimenti bellici durante la riunione di governo – puntava a rinvigorire una base umiliata dal declino elettorale e soffocata dall'egemonia meloniana.
Il ruggito del leader contrastato che si in congresso si riprende il potere, tuttavia, è durato lo spazio di un mattino: il tempestivo richiamo all’ordine partito da Palazzo Chigi ha trasformato la minaccia di scontro frontale in un mite «invito alla riflessione», costringendo il ribelle a riallinearsi disciplinatamente al tavolo dei ministri.
Il silenzio imposto, però, non spegne l’incendio. Con il clima elettorale ormai alle porte, per via Sellerio la radicalizzazione sul fronte bellico è una questione di pura sopravvivenza politica. La sintonia sotterranea tra sensibilità filo-moscovite attraversa i confini ideologici e rievoca l’intesa populista del 2018. Questo scoglio geopolitico si ripresenterà intatto a fine anno con il rinnovo degli aiuti per il 2027 e continuerà a pesare come un’ipoteca sul prossimo esecutivo, qualunque esso sia. Anche una vittoria delle sinistre si scontrerebbe con veti ideologici immediati, come le pressioni per strappare le relazioni con Israele e riconoscere la Palestina. Domanda: e se invece c’è il pareggio destra-sinistra, che si fa?
A Palazzo Chigi il calcolo resta pragmatico: un collasso totale del Carroccio non conviene a nessuno. Un indebolimento ulteriore aprirebbe la strada a figure ancora più radicali ed esplicitamente putiniane come Vannacci. Da qui la necessità di una compensazione: per arginare le intemperanze internazionali del partner e garantirgli un trofeo per la campagna elettorale, si è scelto di riaccendere a pieno ritmo i motori dell'autonomia regionale.




