Opinioni

Meloni e gli anticorpi contro il malcontento

Tra disordini nelle città e proteste degli autotrasportatori contro il caro gasolio, il governo Meloni affronta una difficile prova sul fronte dell’ordine pubblico
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il governo di centrodestra alla fine della legislatura deve affrontare le piazze. Prima i disordini e i saccheggi di giovani e maranza a Milano, Bologna, Firenze; poi le proteste e i blocchi stradali per il caro gasolio da parte dei camionisti nel Sud Italia dove, bloccate le merci, si sono svuotati i supermercati e le pompe di benzina. È la prima volta che Giorgia Meloni si trova in questa situazione di disordine pubblico cui dare una risposta immediata ed efficace. Non è però la situazione che dovette subire Berlusconi quando la Cgil di Cofferati portò in piazza contro il PdL di governo tre milioni di lavoratori e finì per dimettersi. È qualcosa di molto più spurio, inafferabile, pericoloso e difficile da gestire.

Il governo lo fa in modi diversi con i lavoratori e con i contestatori, cercando di calibrare la risposta di «legge e ordine». Infatti raggiunge rapidamente l’accordo con le associazioni degli autotrasportatori trovando tra le pieghe di bilancio 175 milioni per loro, per gli agricoltori e i pescatori, e così sblocca la situazione in Calabria e Sicilia. Ma nello stesso tempo ai conducenti dei Tir della Campania che restano in strada a protestare perché insoddisfatti, minaccia prima la precettazione (Salvini) e poi (Meloni) la denuncia per il reato di blocco stradale paventando anche infiltrazioni della criminalità organizzata: «Un conto è la protesta – dice la premier – un conto è l’intimidazione e noi non ci facciamo intimidire». Insomma, un po’ di carota, quel che è possibile trovare nel fondo del barile del Tesoro, ma anche un po’ di bastone, quantomeno evocato.

Paradossalmente più complicato trovare questo equilibrio cercando sedare le proteste dei giovani, con tanti minorenni, delle frange di estremisti dei centri sociali, maranza e immigrati di seconda generazione originari soprattutto del Nord Africa musulmano e islamista. Più difficile la risposta perché quella non è una vertenza sindacale ma un movimento di piazza apparentemente spontanea, senza leader riconoscibili, senza organizzazione, quasi un mondo sconosciuto che invade i salotti buoni delle città.

È ancora è Salvini più che Meloni a fare la faccia feroce, a dire che i paracadutisti spediti a Milano ad aiutare le forze dell’ordine (ma privati del ruolo di Pg tra le proteste del ministro Crosetto) potranno intervenire a bordo delle loro autoblindo. Però la presidente del Consiglio fa varare un decreto d’urgenza che non esita a considerare anche i minorenni e le loro famiglie responsabili di azioni compiute in piazza.

Nello stesso tempo FdI, al pari della Lega, rinfaccia all’opposizione da una parte di essere «mandante morale» dei disordini, dall’altra di guardare con complice buonismo fatti penalmente rilevante come i furti ai negozi, i sanpietrini volati sulle teste dei poliziotti, le auto incendiate. Se questo tipo di reazione appare «più di destra», di sicuro ottiene un effetto: il generale che si proclama campione mascelluto della «vera destra» resta muto e continua a perdere consensi tant’è che nei sondaggi la maggioranza ora si riprende il primato anche senza Vannacci.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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