Opinioni

Le rivolte di piazza rilette ai tempi della fast politics

Le proteste degli ultimi anni mostrano una partecipazione intensa ma spesso effimera, incapace di tradursi in cambiamenti duraturi. La sfida è trasformare la rabbia delle piazze in una forza politica capace di incidere sulle istituzioni
Damiano Palano

Damiano Palano

Editorialista

Un ragazzo distrugge un'auto a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un ragazzo distrugge un'auto a Milano - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

In una delle manifestazioni francesi delle ultime settimane un cartello recitava: «Prendiamo la Bastiglia. Facciamo la rivoluzione». Naturalmente, è difficile immaginare che quelle manifestazioni possano davvero trasformarsi in una rivoluzione. Ma le mobilitazioni delle ultime settimane hanno sorpreso per la loro diffusione e per l’intensità che hanno raggiunto. Sarebbe un errore liquidarle come episodi marginali, o anche limitarsi a condannare le violenze compiute in occasione delle manifestazioni. Ma sarebbe un errore anche intenderle come l’anticipazione di qualcosa di più ampio, o come il primo segnale di un «nuovo Sessantotto». Il passato recente consiglia infatti molta prudenza.

Basta ripercorrere gli ultimi quindici anni. Nel 2011 gli Indignados e Occupy Wall Street sembravano il preludio di una nuova stagione democratica. Nel 2018-2019 i Fridays for Future portarono in piazza milioni di giovani in tutto il mondo, mentre i gilets jaunes bloccavano rotonde e Champs-Élysées. Nel 2019 le piazze del Cile, e in Italia quelle delle Sardine, mostrarono una capacità di mobilitazione quasi istantanea. Nel 2020 il movimento Black Lives Matter fu in grado di attraversare l’Atlantico. E negli anni più recenti le tende nei campus e le piazze che solidarizzavano con il popolo palestinese hanno riproposto la stessa scena, con punte di mobilitazione massiccia, come in Italia per lo sciopero generale in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, nell’ottobre dello scorso anno. Ogni volta queste esplosioni sono state accolte con stupore, si sono moltiplicati i commenti sulla «nuova generazione» e le analisi sul «risveglio» dopo il lungo letargo post-politico. Poi, nel giro di pochi mesi, o anche poche settimane, il silenzio.

Sarebbe eccessivo sostenere che di quelle mobilitazioni non sia rimasto nulla. Qualche agenda è stata spostata, qualche sensibilità è mutata, qualche volta una piazza ha perfino contribuito a spostare le posizioni di governo. Ma, nel complesso, la sproporzione tra l’intensità dell’esplosione e la durata dei suoi effetti è eclatante. Molti movimenti finiscono cioè per esaurire rapidamente la spinta iniziale, senza riuscire a esprimere una pressione stabile sui luoghi in cui si decide.

Anche la rivolta di piazza non sembra dunque sottrarsi alla logica della fast politics: una politica veloce, che, come il fast food, si consuma subito e non nutre a lungo. È uno dei paradossi della stagione dell’iperpolitica: la partecipazione può essere intensa, mentre le organizzazioni capaci di darle continuità diventano sempre più fragili. Il cartello, l’hashtag, la foto del corteo finiscono così per contare più del programma e della durata. La partecipazione c’è, e spesso è sincera. Ma è l’orizzonte temporale a essere ridotto all’istante.

Le ragioni sono molte, e sarebbe riduttivo accontentarsi di una spiegazione centrata su pochi fattori. La prima causa è però abbastanza ovvia: l’assenza di organizzazione. Le mobilitazioni contemporanee nascono sulle piattaforme digitali, che abbattono i costi della convocazione ma non producono né richiedono una struttura. Chi organizza una piazza in ventiquattro ore non ha bisogno di sezioni, di statuti, di dirigenti. Ma, quando l’ondata si ritira, non resta nessuno a custodire ciò che si è ottenuto, a negoziare, a discutere un compromesso.

A questa debolezza, si aggiunge però anche un secondo problema: la difficoltà di consolidare oggi quel capitale simbolico che le grandi organizzazioni politiche del Novecento riuscivano invece ad ‘accumulare’ e a trasformare in una risorsa di potere. Le grandi stagioni di mobilitazione del Novecento lasciarono per esempio dietro di sé biografie, linguaggi, generazioni di quadri.

Ancora guerriglia a Milano: negozi saccheggiati e scontri con la polizia
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Quelle risorse simboliche erano un modo per raccontare una storia comune, ma anche per dare un senso alla partecipazione dei singoli, per far sentire ai militanti di essere membri di una grande comunità. Le mobilitazioni di oggi conquistano visibilità ma finiscono col disperdere il capitale simbolico che pure producono: molte ondate sembrano ricominciare da zero, perché non ci sono luoghi in cui il capitale simbolico si depositi e si trasmetta. E la politica istituzionale può allora semplicemente aspettare che l’onda passi, sapendo che non ci sarà nessuno a reclamare un seguito.

Ci sono alternative? Sì, sono note, ma tutt’altro che semplici da realizzare. Occorrono luoghi di discussione che sopravvivano all’evento, forme di rappresentanza capaci di trasformare l’indignazione in richieste negoziabili, un lavoro paziente di formazione e di selezione di gruppi dirigenti. Ma anche organizzazioni capaci di accumulare quel capitale immateriale in grado di dare senso e continuità alla partecipazione dei singoli. In una parola: occorrono, come si diceva un tempo, strumenti di mediazione.

Migliaia le persone che hanno formato il lungo serpentone in città - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
Migliaia le persone che hanno formato il lungo serpentone in città - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it

Ed è qui che il quadro si complica. Il ponte tra società e politica, oggi, è difficile da costruire perché le due sponde si sono allontanate. Svuotati dei loro radicamenti, i partiti faticano a presentarsi come interlocutori credibili, e molti giovani, a ragione o a torto, non si aspettano nulla da loro. D’altro canto, cresciuti nel sospetto verso ogni forma di delega, i movimenti rifiutano spesso per principio ciò che potrebbe renderli duraturi. Ma, anche quando cercano di darsi una veste strutturata, le reti che costruiscono sembrano incapaci di ‘trattenere’ quella partecipazione intensa ma effimera che esplode nelle rivolte.

Il cartello comparso nelle manifestazioni francesi racconta in parte anche questo scollamento. «Prendiamo la Bastiglia» è una frase che allude a una politica all’altezza di una storia grande. Ma è anche una richiesta che si scontra con la logica della bubble democracy: una democrazia di «bolle» autoreferenziali, in cui si può gridare molto, in cui però quelle grida si spengono rapidamente nel silenzio.

Se vogliamo prendere sul serio queste piazze, dovremmo smettere di chiederci se siano o no rivoluzionarie, e anche di intenderle solo come un problema di ordine pubblico. Dovremmo invece cominciare a domandarci cosa potrebbe renderle durevoli e dar forma a quel capitale politico – fatto di cultura, appartenenza e riconoscimento – capace di sopravvivere alle effimere fiammate della fast politics. Altrimenti, il fossato che separa la società dalle istituzioni rischierà di allargarsi sempre di più. E di quelle rivolte resteranno solo immagini di vetrine rotte e nuove disillusioni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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