La solitudine geopolitica del governo britannico

Il quadro è di una economia che cresce poco perché investe poco, non lo fa in comparti strategici e non appare capace di aumentare la propria produttività
Il Premier britannico Keir Starmer - Foto Epa/Andy Rain
Il Premier britannico Keir Starmer - Foto Epa/Andy Rain
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Il 2026 è iniziato per tutti i paesi europei come si era chiuso il 2025; cioè con tali problemi da farli apparire in balìa degli eventi, soprattutto quelli decisi, spesso a danno della stessa Europa, da un paese ritenuto alleato: gli Stati Uniti di Donald Trump, le cui scelte stanno ponendo in discussione abitudini politiche e alleanze strategiche ritenute (a torto) indissolubili. Il Regno Unito è uno dei paesi che più di tutti è in palese difficoltà, abituato a considerarsi l’alleato privilegiato degli Usa nel mondo occidentale.

Purtroppo per Londra i mutamenti politici in atto stanno avvenendo in una fase delicata per il paese e la sua economia, da tempo in difficoltà. I servizi, il vero pilastro dell’economia britannica, mostrano una dinamica debole; la manifattura fatica a recuperare; le costruzioni rallentano; l’inflazione, che vive fasi alterne, è elevata per gli standard nazionali ed è prevista al 2% in primavera solo grazie agli interventi governativi su bollette e trasporti; il tasso di risparmio è sceso al 9.5%; il Pil è avanzato solo dello 0.1%, dopo una prima parte di 2025 più dinamica; le imposte sul reddito e sul patrimonio sono aumentate.

Il recente cyber-attacco che ha colpito Jaguar Land Rover ha mostrato una fragilità del sistema informatico del paese; mentre la minaccia di Leonardo di chiudere una fabbrica di elicotteri a Yeovil se il governo britannico non ritornerà a comprare mezzi prodotti sul territorio ha provato come anche nel Regno Unito la globalizzazione dell’economia può danneggiare le produzioni interne, per di più strategiche.

Insomma: il quadro è di una economia che cresce poco perché investe poco, non lo fa in comparti strategici e non appare capace di aumentare la propria produttività.

Le ricette offerte all’opinione pubblica per ovviare a questi problemi sono differenti. Il Reform Party di Nigel Farage vorrebbe, almeno a parole, rinnovare il sistema politico britannico dalle fondamenta, rendendolo ancora più «britannico» e sempre più lontano dall’Europa.

Altri suggeriscono di compiere il cammino contrario, riavvicinarsi all’Unione Europea, riconoscendo che la Brexit è stata un flop e una follia collettiva, come detto dal vecchio Primo Ministro, John Major, nel novembre scorso. In effetti, la Brexit ha accentuato dinamiche in atto da tempo, introducendo, inoltre, minore integrazione commerciale, incertezza regolatoria, investimenti frenati, un mercato del lavoro meno dinamico di quanto promesso: di fatto l’autonomia dall’Europa non si è tradotta automaticamente in maggiore capacità di crescita.

Anzi: le nuove barriere tra il Regno Unito e la Ue ha fatto sì che l’Europa importasse meno prodotti britannici, ponendo le catene di valore del paese sotto pressione.

Consci di tutto ciò, molti stanno chiedendo una vera distensione con il continente europeo. I sindacati (il Trade Union Congress) vorrebbero che anche il Regno Unito aderisse all’Unione doganale europea, composta dai paesi Ue più Monaco, Andorra, San Marino e Turchia, per migliorare l’economia e le condizioni dei lavoratori.

In ciò essi sono sostenuti dalla Confederation of British Industry, la Confindustria britannica, la quale sa bene come, nonostante tutto, il 50% degli scambi commerciali del paese resti con gli stati Ue; e dal 75% degli elettori laburisti, convinti che ciò permetterebbe il cambio di passo necessario a non perdere le elezioni amministrative previste in primavera.

Starmer fino a ora ha eluso la questione, sia perché ciò danneggerebbe i patti commerciali con Stati Uniti, India e altri paesi; sia perché darebbe modo al Reform Party di descriverlo quale traditore della Brexit voluta dal popolo. Nonostante ciò gli esperti reputano che, se non si modificano i rapporti con la Ue, il paese e la sua economia rischiano danni durevoli, che si tradurrebbero comunque nella perdita di voti per il Labour.

Il vero problema è che, in caso di negoziati per il ritorno del Regno Unito in Europa, che sarebbe la soluzione migliore per tutti, i paesi Ue sembrano volersi tutelare da eventuali cambi di linea con una sorta di «clausola-Farage», che prevedrebbe penalità per Londra nel caso si ripetesse quanto accaduto con la Brexit, nel momento in cui il Reform Party dovesse vincere le elezioni. Insomma: innestandosi con i mutamenti geopolitici di questi mesi, la questione era, è e resterà prima di tutto politica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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