Nel Regno Unito è stato l’anno dei nodi irrisolti per l’economia

Per ogni governo il mese di dicembre è mese di bilanci di quanto fatto durante l’anno; in Italia come nel Regno Unito. Da molti punti di vista per Londra il 2025 non è stato esaltante. L’economia del Paese ha mostrato una modesta crescita del Pil, tra l’1,3 e l’1,5%, dopo una crescita più forte nel primo semestre, trainata dalla spesa pubblica. Ciò si è legato all’aumento dell’inflazione, inizialmente attesa al 2%, ma che ha raggiunto il 3,8% in ottobre, pur essendo previsto un suo calo al 3% nelle ultime settimane dell’anno.
Molto preoccupante appare il deficit commerciale, crescente a causa dell’aumento delle importazioni di beni quali automobili, petrolio, elettronica, in contrasto con un surplus nei servizi: una condizione che ha fatto sì che il conto corrente del Paese sia rimasto in deficit, con un aumento al 3,8% del Pil nel secondo trimestre del 2025, mantenendo il Regno Unito debitore netto con il resto del mondo.
Infine, durante l’anno si è visto l’aumento della disoccupazione, con una crescita del numero di posti di lavoro vacanti, a indicare un indebolimento del mercato del lavoro. Per contrastare questa condizione il governo laburista di Keir Starmer ha previsto con il bilancio autunnale un aumento delle imposte su, tra gli altri, immobili e dividendi; e tagli alla spesa per affrontare il deficit fiscale, al fine di pareggiare i bilanci e sostenere la crescita. In particolare, si spera di veder aumentare i salari reali e gli utili aziendali, ponendo le basi per una riduzione della dipendenza dagli investimenti esteri, provata dai persistenti deficit delle partite correnti.
Oltre a questa politica economica, Starmer sta provando a mantenere un profilo in politica estera il più elevato possibile. Lunedì ha incontrato il presidente ucraino Zelensky, assieme al presidente francese Macron e al Cancelliere tedesco Merz. Oltre a confermare la volontà britannica di sostenere la causa di Kiev e di favorire una revisione del piano di pace di Donald Trump, troppo favorevole alle richieste di Putin, l’incontro ha voluto dimostrare che l’asse Londra-Parigi-Berlino collabora su questioni vitali per l’Europa tutta, in primis la questione della difesa del continente. Vi è il problema, però, che i tre leader europei appaiono, oggi molto deboli presso le loro pubbliche opinioni. Il futuro successore di Macron nel 2027 potrebbe essere il candidato della destra lepenista, Bardella; Merz, invece, a oggi riceve il 25% del gradimento dagli elettori tedeschi. La disapprovazione per l’attività dello stesso Starmer è in questi giorni al 76%, con solo il 15% dei Britannici che ne appoggia l’operato.
Per ovviare a tale debolezza, che sembrerebbe favorire il leader del Reform Uk Party, Nigel Farage, Starmer negli ultimi tempi ha evidenziato più volte l’inattuabilità di gran parte del programma politico di Farage: un argomento difficile da dimostrare e quindi debole, visto che Farage non ha mai avuto compiti di governo e perciò mai è stato messo alla prova. Inoltre, il leader laburista ha sottolineato che l’idea di riforma incarnata dal Reform Party può porre in discussione l’unità del Regno, indebolendo viepiù le comunità che lo compongono: un argomento plausibile, poiché il nazionalismo scozzese potrebbe essere fortificato se quello inglese si rafforzasse, come suggerito da Farage con il suo programma. Infine, Starmer ha ricordato come difficilmente l’Europa potrebbe considerare Farage un leader con cui dialogare: un argomento concreto, visto che il leader del Reform Party trascorse molti anni e fino al 2016 a motteggiare l’Europa e le sue istituzioni, considerandole inefficienti e inadeguate; e che, dovendosi appoggiare agli Usa per la sopravvivenza politica britannica, Farage dovrebbe guidare un paese dai tratti marcatamente anti-europeisti.
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