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Riformare il nostro calcio utilizzando merito e scienza

L’idea, provocatoria, ma non irrealizzabile, è semplice: separare la vittoria dal merito
Il centro della Figc di Coverciano
Il centro della Figc di Coverciano
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L’ennesima, brusca eliminazione dell’Italia dalla fase finale di un Mondiale non è soltanto un fatto sportivo. È uno specchio. Riflette qualcosa di più profondo: il modo in cui questo Paese ha imparato – o forse disimparato – a giocare a calcio.

Da anni il dibattito oscilla tra responsabilità tecniche, generazionali e tattiche. Si parla di vivai, allenatori, moduli. Tutto vero. Ma forse non sufficiente. Il nodo potrebbe trovarsi ancora più a monte: nello spirito con cui in Italia si pratica il calcio, soprattutto a livello giovanile.

I campetti sono scomparsi, sostituiti dalle scuole calcio. L’improvvisazione ha ceduto il passo alla programmazione. Lo scouting precoce e la disciplina tecnico-tattica hanno preso il sopravvento su un gioco magari anarchico, ma divertente e creativo. Il risultato è un sistema più efficiente, ma anche più ossessionato dall’esito finale.

Fin da piccoli si interiorizza un principio semplice e brutale: chi vince ha ragione e prende tutto. Una logica che nello sport individuale ha una sua coerenza, ma che nel calcio – gioco collettivo, complesso e spesso imprevedibile – appare molto meno convincente.

Eppure è proprio questa visione che abbiamo rafforzato anche attraverso le regole. Non è irrilevante che l’Italia abbia adottato, trent’anni fa, il sistema dei tre punti per la vittoria. Una scelta tutt’altro che neutra. Sperimentata negli anni ’80 e ufficializzata nei ’90, rispecchiava un preciso clima culturale: più competizione, più premio al successo, meno spazio per il compromesso. Il calcio si allineava, ancora una volta, allo spirito del tempo.

Ma se quella regola è figlia di un’epoca, oggi possiamo permetterci di ripensarla. Viviamo in un contesto diverso, segnato da una competizione spesso esasperata e da una narrazione della sopraffazione del più forte che attraversa non solo lo sport, ma anche la politica internazionale. In questo scenario, ha ancora senso rafforzare ulteriormente la logica del «chi vince prende tutto»? O non è il momento di immaginare qualche correttivo?

L’idea, provocatoria, ma non irrealizzabile, è semplice: separare la vittoria dal merito.

Il sistema dei tre punti è stato introdotto negli anni Novanta
Il sistema dei tre punti è stato introdotto negli anni Novanta

Lasciare intatto il senso ultimo della competizione – chi segna di più vince e ottiene due punti – ma rimettere in discussione quel punto aggiuntivo, introdotto per incentivare il gioco offensivo, trasformandolo in un premio non automatico, ma assegnato alla squadra che ha espresso la prestazione migliore.

Fortuna, episodi e calcolo continueranno ad avere un peso, perché fanno parte del gioco: non sempre chi vince è anche chi merita. Oggi, però, a differenza di trent’anni fa, disponiamo di strumenti tecnologici sofisticati per valutare la qualità della prestazione. Tiri in porta, occasioni create, possesso palla, expected gols, calci d’angolo, intensità del pressing, contropiedi, precisione dei passaggi, falli, ammonizioni, espulsioni, fuorigioco: parametri già utilizzati da analisti e commentatori, che potrebbero diventare la base per assegnare quel punto a fine partita.

All’inizio della stagione, un board tecnico indipendente, con criteri chiari e condivisi, potrebbe definire le modalità di valutazione del «punto del merito», costruendo una scala capace di evitare distorsioni e di non favorire un unico stile di gioco.

Per evitare equivoci, va chiarito che con questo sistema chi vince continuerebbe ad avere più punti (2) rispetto a chi perde (0): semplicemente, il terzo punto diventerebbe contendibile.

Cosa accadrebbe? Una piccola rivoluzione. Vincere resterebbe fondamentale, ma non più sufficiente per ottenere il massimo. Giocare bene diventerebbe un valore concretamente riconosciuto anche in classifica. Le squadre sarebbero incentivate a proporre gioco, non solo a gestire il vantaggio o ad arrendersi di fronte a una sconfitta difficile da recuperare.

Inoltre, come avviene nella maggior parte degli sport di squadra, il pareggio smetterebbe di essere l’unico caso di distribuzione dei punti. Soprattutto, si introdurrebbe una distinzione oggi assente: quella tra risultato e qualità.

Si potrebbe introdurre la distinzione tra risultato e qualità
Si potrebbe introdurre la distinzione tra risultato e qualità

Le obiezioni «conservatrici» non mancheranno. Ma il punto non è tecnico, è culturale. Per anni abbiamo cercato di rendere il calcio sempre più orientato al risultato. Oggi potremmo chiederci se non sia arrivato il momento di riequilibrare il gioco, restituendo valore anche a ciò che non si traduce immediatamente in vittoria, magari mettendo fine alla sterile contrapposizione, amplificata dai social, tra «risultatisti» e «giochisti».

Perché se è vero che il calcio è lo specchio della società, allora cambiare il modo in cui assegniamo i punti significa, in fondo, cambiare anche ciò che decidiamo di considerare importante. E forse, proprio da lì, potrebbe ripartire qualcosa di più grande di una qualificazione mancata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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