La Nazionale di calcio è lo specchio di un’Italia divisa e impaurita

E se da rifondare fosse l’intero Paese prima ancora che il calcio che ne rappresenta per tanti lo spirito e la cultura più profonda?
La disfatta dell’altra sera a Zenica approda anche nella politica perché travalica i confini sportivi. L’Italia si identifica da sempre con il pallone rotondo e noi che abbiamo visto Pak Doo Ik mettere un tiro rasoterra alle spalle di Albertosi (1966), Gianni Rivera spiazzare Maier ai supplementari all’Azteca (1970), Chinaglia mandare a quel paese Valcareggi all’Olympiastadion di Monaco (1974) e poi, nel 1982, abbiamo urlato con Tardelli al Bernabeu, noi oggi possiamo dire di essere stati fortunati perché le nostre estati erano scandite da «Messico e nuvole» e «Notti Magiche».
L’ultima volta fu nel 2014. Ma quello spirito già da un po’ se n’era andato. Da quando alla vigilia dei Mondiali del 2006 vennero pubblicate le prime intercettazioni di «Calciopoli» che portarono infine alla revoca degli scudetti della Juventus, etc. Si aprono lì le prime crepe, il disamore per la Nazionale di calcio.
Differenze
Certo, anche nel 1982 il Mundial spagnolo era stato preceduto dallo scandalo delle scommesse clandestine, dalla squalifica - fra gli altri - di Rossi e Giordano, due giocatori azzurri. Ma quello era stato vissuto dall’opinione pubblica come un fatto episodico. L’affetto collettivo per la maglia azzurra non era stato toccato.
Oggi il calcio è l’espressione di un’Italia divisa, impoverita e impaurita, i cui timori e le cui ansie, nonostante vincesse 1-0, si sono viste anche l’altra sera allo stadio Bilino Poljee di Zenica. E gli oltre 5 miliardi di deficit complessivo dei club di Serie A, B e C, stanno al pallone rotondo come, al Paese, i tremila del debito pubblico nazionale (dato Banca d’Italia, gennaio 2026).
Nel 2023, la fuga, a ferragosto, di Roberto Mancini, l’allenatore che due anni prima era stato beatificato con la vittoria dell’Europeo e che sceglieva al posto della maglia azzurra i dobloni dell’Arabia Saudita (esperienza poi durata pochissimo) raccontava già da sé che l’appeal della nazionale era svanito, prima ancora tra gli addetti ai lavori, che tra i tifosi.
I quali tra mafie e malaffare, biglietti da spartirsi, parcheggi e merchandising da controllare, considerano le squadre alla stregua di cosche. La cena del capitano juventino Locatelli con alcuni giocatori dell’Inter è stata trattata sui social come quella di un affiliato alla camorra con i personaggi di un clan rivale.
Piace alle pubblicità raccontare di piazze italiane nelle quali ragazzi e ragazzini giocano a pallone tra bellezze artistiche e monumenti famosi.
Non si gioca più per strada
Ma chi ha più visto improvvisare un dribbling o una rovesciata sul sagrato della chiesa, davanti al municipio del paese, sul prato, ai giardini?
Nei settori giovanili è scomparso il talento, boicottato il divertimento. Si gioca a comando, raccontano quelli che frequentano le cosiddette «cantere», strutture obsolete e tempi di lavoro contingentati.
Gli altri sport, certo, fanno incette di medaglie olimpiche e mondiali e di successi: lo sci, il tennis, il nuoto, il volley, financo il biathlon. Ma sono successi artigianali, per lo più individuali, di atleti che lavorano sodo, con il proprio staff, i propri allenatori bravi. Sono una cosa diversa, un’altra Italia rispetto a quella che si identificava col pallone e ora lo ritrova bucato. Sono l’Italia del futuro? Speriamo.
Gli altri sport
Infine l’atletica: Zaynab Dosso, Matteo Furlani, Larissa Iapichino, Nadia Battocletti, Andy Diaz sono i recenti protagonisti dei Mondiali indoor. E prima di loro il desenzanese Marcell Jacobs: guardate le loro storie, gli incroci culturali ed etnici di cui sono espressione. E chiediamoci perché le nazionali di calcio di Francia, Inghilterra, della Germania, del Belgio, della stessa Svizzera, della Spagna (Yamal e i fratelli Williams) sono ricche del talento e della fisicità di tanti nuovi cittadini, mentre in Italia, con circa 5 milioni di stranieri, nella nazionale del pallone l’altra sera c’erano solo Retegui - peraltro un oriundo cresciuto a tutti gli effetti in Argentina - e Kean. Chi guarda indietro dice: remigrazione! Gli altri festeggiano, noi stiamo a casa.
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