Negli ultimi giorni, la cronaca dei media e il dibattito dell’opinione pubblica sono stati assorbiti pressoché interamente da due casi di grande impatto emotivo: la condanna in via definitiva del gioielliere Mario Roggero che nel 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo mentre fuggivano dopo aver svaligiato il suo negozio, e la morte del 42enne Abderrahim Fakir durante un controllo di polizia nel quartiere bolognese del Pilastro.
Per quanto differenti, i due episodi – o meglio la loro rappresentazione attraverso i media – condividono un inquietante elemento comune: ci hanno mostrato vividamente la crudeltà della morte ripresa in diretta da una videocamera. La sentenza della Cassazione che ha confermato la colpevolezza del 72enne piemontese condannandolo a 14 anni e 9 mesi di reclusione, ha servito a tg, talk show, home page dei siti web e pagine social l’occasione di riproporre le immagini della rapina, sia quelle consumate all’interno alla gioielleria, con le violenze subite dalla moglie e dalla figlia del gioielliere, sia quelle all’esterno, con il titolare che abbandona ogni remora e insegue i rapinatori sparando loro alle spalle e colpendone uno con un calcio mentre è già a terra.

In un breve frammento, si vede uno dei malviventi abbozzare qualche passo prima di accasciarsi al suolo privo di vita. Si tratta di scene che certamente hanno contribuito a definire il perimetro di colpevolezza dell’imputato e a sancire l’evidente superamento del confine tra legittima difesa e omicidio volontario. Ma sono soprattutto, per noi che guardiamo, immagini che ci rimandano a ciò che abbiamo visto nei videogiochi di simulazione o nelle serie tv, nelle decine di crime drama che riempiono palinsesti televisivi e cataloghi delle piattaforme e che da sempre popolano il nostro immaginario.
Il video della morte di Fakir è persino più disturbante nella sua dinamica ed estetica. Vediamo (e ascoltiamo) il cittadino bolognese di origine marocchina soccombere tra le mani di due agenti, tentare di dimenarsi chiedendo aiuto, spegnersi poco alla volta, perdendo i sensi, la voce, la vita. Mentre una voce fuori campo sembra abbozzare un dubbio «è morto?». È una scena che lascia sgomenti per la presenza sia attiva che passiva di altre figure, dal passante a torso nudo che aiuta i poliziotti nell’operazione agli operatori del 118 inermi ad altri curiosi che entrano ed escono dall’inquadratura.

L’agonia di Fakir dura una cinquantina di minuti, il tempo di un episodio di una serie tv senza però che alcun cliffhanger ti invogli a vedere il seguito. E a ciò si aggiunge il fatto che uno degli agenti avrebbe attivato la bodycam, consegnando una nuova prospettiva della tragedia, come una Var permanente che confronta le riprese, seziona le fasi, in una moviola infinita di cui si occuperanno inquirenti e processi.
La morte in diretta ha antenati illustri e tragici nella storia delle immagini e dei media. Dalle auto della scorta di Aldo Moro crivellate di colpi in via Fani al dramma di Vermicino con la telecamera fissa per decine di ore sul pozzo nel quale era caduto Alfredino Rampi, fino all’apoteosi dell’11 settembre e delle Torri Gemelle, scena talmente cinematografica nella sua violenza da non apparire reale e possibile a un primo sguardo distratto.
Ma erano immagini che ci arrivavano inserite in un contesto; mediate, commentate e costantemente decifrate dal mezzo televisivo e dai suoi interpreti, chiamati prima di tutto a favorire la decodifica più corretta possibile da parte dello spettatore. Nei casi di Roggero e di Fakir, che siano le videocamere di sorveglianza o le riprese di uno smartphone da una finestra, le immagini ci giungono dirette, tanto imperfette nella nitidezza quanto ineccepibili nella loro dinamica.
I maestri dell’inchiesta giornalistica televisiva ci hanno insegnato a considerare sempre la parzialità dello sguardo insita nel mezzo e a ricercare ossessivamente la complessità e le sfumature della verità. Qui abbiamo solamente la terrificante esibizione della morte che entra nelle case e rimbalza nei feed dei social producendo meme, alimentando polemiche e rafforzando le bolle informative nelle quali siamo immersi. Banalizzando e abituandoci, in fondo, alla morte come conseguenza possibile e non come confine invalicabile della nostra umanità.
Paolo Carelli – Docente di teoria e tecnica dei media, Università Cattolica del Sacro Cuore



