Opinioni

Tra istinti e ragione: cosa racconta il caso Roggero

La vicenda tristissima del gioielliere è diventata anche pretesto d’un tiro al bersaglio nei confronti del capo dello Stato Mattarella
Appello per Roggero libero, leghisti mostrano foto gioielliere in aula al Senato
Appello per Roggero libero, leghisti mostrano foto gioielliere in aula al Senato

Buon senso e ragionevolezza hanno voce flebile: quando tutti urlano perdono in partenza. Anche per questo lasciar decantare la sabbia (e il fango) è l’unico modo per tornare a vedere trasparente, non smarrendo la via. Ora dunque che l’acqua s’è fatta meno torbida e pure la temperatura di qualche grado è scesa, sulla vicenda Roggero (il gioielliere condannato in via definitiva per aver sparato e ucciso due dei tre rapinatori che gli erano entrati in casa e che aveva messo in fuga) possiamo tentare di dire la nostra. Facendo innanzi tutto un distinguo: il piano personale, umano, e quello istituzionale, politico.

Da uomo ad uomo nei panni di Roggero – tranne lui – non può mettersi nessuno, perché conta la situazione in cui ci si trova, non la teoria. Certo che appartenendo novantanove persone su cento, noi compresi, alla categoria di chi furti in casa li subisce e li teme, è facile che a priori si provi affinità con colui che al principio della storia è senza dubbio la vittima. Una partecipazione emotiva che si estende e amplifica pensando allo sgomento di chi viene violato nella sua quiete domestica.

Mario Roggero fuori dal carcere di Bollate - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Mario Roggero fuori dal carcere di Bollate - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Esattamente come nei film con Charles Bronson o Liam Neeson, è scontato provare simpatia per il protagonista che si fa giustizia da sé, che ripaga con gli interessi il sopruso e l’angheria.

Qui però non è un film, bensì vita. La differenza sta tutta nella linea di confine che separa l’umanità dalla bolgia, la tentazione dalla realizzazione. Ricordando che l’occhio per occhio a questo porta: eliminare la differenza tra male e bene, rendere uguale chi subisce e chi commette violenza.

Fin qui tuttavia saremmo ancora nel campo della comprensione umana, del mite che ha perso la testa. A far crollare tutto il castello, almeno ai nostri occhi, è stato apprendere del precedente patteggiamento dello stesso Roggero per minacce, pistola in pugno, all’ex fidanzato della figlia e ai suoi genitori (non dunque membri della banda Vallanzasca o affiliati al clan di Totò Riina). Un dettaglio non da poco, perché inquadra la persona in una luce diversa, non come il protagonista di un altro film, «Un borghese piccolo piccolo», diventato spietato poiché guastato da una tragedia, bensì un Ike Clanton o un Johnny Ringo in «Sfida all’O.K. Corral».

Ad ogni modo, questo resta il campo dell’opinabile. Da persone che si ostinano a ritenersi civili, così come riteniamo sacra la pace per i defunti, consideriamo umano concedere tregua ai condannati, provando dopo tutto un sentimento di afflizione, di pena, poiché alla fine, in questa storia, il gioielliere l’ha pagata cara, i rapinatori carissima.

Poi c’è la politica. Che nel brodo primordiale dell’istintività umana ha intinto il pane, cercando di cavarne consensi, puntando forte sulla ruota della propaganda. Di più. La vicenda tristissima di Roggero è diventata pretesto d’un tiro al bersaglio nei confronti del capo dello Stato, fornendo un ulteriore indizio a quella che ormai si delinea come prova: il tentativo di screditare Mattarella e riuscire, al prossimo giro, a imporre un uomo o una donna della propria parte politica.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Lì i mandanti sono chiari quanto la luce del sole e appartengono all’ala più radicale, meno moderata della destra. Un teatrino che francamente ci saremmo risparmiati, perché rischia di far divampare un fuoco, quello del populismo, che quasi sempre finisce per bruciare le dita chi ha innescato la scintilla.

Il presidente della Repubblica s’è costruito una reputazione bipartisan da porlo al riparo dalla bufera, però occorre ribadirlo: tirarlo continuamente per la giacca logora non tanto lui, quanto tutto il sistema.

Nel caso di Roggero, se ci saranno le condizioni per concedere la grazia (a cominciare dal pentimento dello stesso condannato, convinto nel chiedere clemenza e non nel pretendere ragione a oltranza) verrà a suo tempo concessa. Altrimenti resterà il memento mori, la consapevolezza che partire da sacrosante ragioni non fa scudo a qualsiasi reazione scomposta. E finire dalla parte del torto è un attimo, rovinandosi la vita ben più di quanto la si era rischiata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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