Quando l’indignazione non si trasforma in voti

L’Italia dei «sonnambuli» si è svegliata? Ce lo siamo chiesti tutti dopo le manifestazioni degli ultimi giorni. Per anni silenziose, simili a uno scenario alla De Chirico, le piazze italiane sono tornate a riempirsi. E, soprattutto, sono tornate a popolarsi anche di volti giovani. Quasi inevitabilmente, i commentatori hanno scomodato analogie storiche. Molti hanno invitato a vedere nella mobilitazione per Gaza qualcosa di simile alle proteste contro la guerra del Vietnam, che prepararono il terreno all’esplosione della contestazione studentesca del 1968. Altri si sono invece limitati a riconoscere nelle piazze l’eterna replica dei rituali della «vecchia» sinistra radicale.
Entrambe le interpretazioni rischiano però di non cogliere ciò che c’è di nuovo. Più che essere figlia di un Novecento più o meno nobile, la mobilitazione degli ultimi giorni ha riprodotto il medesimo schema di altre forme di protesta relativamente «spontanee» e «disintermediate», come lo sono state, sia pure in modo diverso, quelle degli Indignados spagnoli, di Black Lives Matter negli Stati Uniti o dei gilets jaunes in Francia. Le novità riguardano soprattutto l’innesco della protesta e la forma che essa ha assunto.
In primo luogo, la spinta emotiva non è stata data da un’ideologia strutturata, né da appartenenze consolidate (se non per una parte dei partecipanti). È scaturita piuttosto da un diffuso senso di indignazione di fronte a quanto avveniva nei territori palestinesi e al tempo stesso verso l’inerzia delle potenze occidentali: l’indignazione per un «doppio standard», in virtù del quale l’Occidente ha combattuto per difendere i diritti umani e per esportare la democrazia, ma è rimasto a lungo sostanzialmente silenzioso (o timidissimo) di fronte alla reazione di Israele al 7 ottobre e all’occupazione di Gaza.
In secondo luogo, anche in questo caso la mobilitazione non è partita dalle organizzazioni più forti, né dai partiti di sinistra, né dai sindacati confederali, che si sono piuttosto trovati a «rincorrere» un’energia emotiva di cui avevano evidentemente sottovalutato la portata. L’indignazione non è scaturita infatti dagli attori che si muovono dentro il perimetro delle istituzioni, ma è cresciuta a poco a poco negli sciami digitali, moltiplicata dai post di piccoli e grandi influencer e rafforzata da voci spesso estranee al mondo della politica. Con la propria iniziativa, la Flotilla è riuscita a fornire un’alternativa evidentemente solo simbolica a questa passività. Semplificando una questione estremamente complessa, ha dato la sensazione di poter «fare qualcosa» a chi fino ad allora aveva assistito impotente alle notizie provenienti dalla Palestina. Anche dando l’impressione che «bloccare tutto», come avevano fatto i francesi poche settimane prima (per tutt’altri motivi), fosse un modo per incidere sull’andamento del conflitto in corso, o quantomeno per modificare la posizione del governo italiano.

È fin troppo ovvio osservare che la politica internazionale ha logiche più complesse, che le trattative in corso riflettono interessi molto più articolati e che una spedizione puramente simbolica non poteva modificare sostanzialmente gli equilibri. Ma la logica delle manifestazioni di piazza si basa – da sempre, non da oggi – su semplificazioni e su rappresentazioni schematiche del potere. In questo modo banalizzano i problemi, ma tuttavia modificano - in senso positivo o negativo, a seconda dei punti di vista – gli orientamenti dell’opinione pubblica.
«Piazze piene, urne vuote», diceva il ceto politico della Prima Repubblica. Ma oggi quel monito è ancora più vero. L’impatto emotivo delle manifestazioni può consolidare un «senso comune», ma tradurlo in un capitale politico controllabile si è rivelato finora, per i partiti, un compito molto complicato, anche se non impossibile. I partiti possono infatti riuscire a sfruttare politicamente le ondate emotive, ma per loro è molto più difficile indirizzarle, guidarle e, naturalmente, innescarle. Ancora più arduo è incanalare quelle ondate – che nascono fuori dalle istituzioni, per molti versi «nonostante le istituzioni» – in percorsi di socializzazione politica che rafforzino (o creino) legami di appartenenza.
Forse l’Italia dei «sonnambuli» – come la chiama il Censis – si è davvero svegliata. E la sua indignazione ha mostrato senza dubbio l’inatteso volto politico di un popolo che avevamo considerato anestetizzato da anni di illusioni tradite. Ma la strada che può trasformare in voti l’eterogenea moltitudine scesa in piazza negli scorsi giorni rimane ancora molto lunga. E potrà essere resa meno impervia solo dalla credibilità che, con le proprie risposte, sarà in grado di conquistarsi la classe politica.
Damiano Palano - Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica (Milano - Brescia)
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.


















