Opinioni

Sciopero: tra disagio e giustizia, ecco perché resta fondamentale

Luciano Pace
L’articolo 40 della nostra Costituzione definisce il diritto di sciopero. Per sapere se un’azione è giusta devo tener presente questi tre elementi: la natura dell’azione, l’intenzione con cui la compio e le circostanze in cui la compio
Il corteo pro Flotilla per le vie di Brescia - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
Il corteo pro Flotilla per le vie di Brescia - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
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In questi giorni capita di sentire molti che domandano: «A che cosa serve scioperare?». Questa domanda la si sente alla radio e la si legge sui social. Anche molti studenti l’hanno posta in aula ai loro insegnanti. Spesso, però, essa suona retorica, nel senso che è posta supponendo che la risposta scontata sia: «A nulla, perché non cambia niente», oppure «A nulla perché crea solo disagio a chi lavora».

Queste parole sono dedicate a chi volesse tentare un approccio alla domanda più attento e critico. Cominciamo col dire che lo sciopero è una legittima azione di protesta collettiva non violenta fatta per rivendicare pubblicamente qualcosa che si ritiene giusto. Azione legittima, nel senso che è garantita dalla Costituzione, nei limiti delle leggi (Articolo 40). A tal proposito, conviene ricordare che nessuno sciopero può essere o no autorizzato da qualcuno, anche se è necessario informare la cittadinanza del suo svolgimento.

Inoltre, siccome si tratta di protesta pubblica, è naturale che generi disagi. Se, infine, si considera il fatto che la protesta è pacifica, ovvero fatta senza impiegare la violenza, ci si trova giustamente indignati verso chi, in genere pochi per fortuna, manifesta spaccando vetri e lanciando sassi sulle crape altrui.

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Il corteo Pro Flotilla per le vie della città

Perché scioperare

Al di là di questi aspetti, per comprendere a fondo a che cosa serva uno sciopero occorre concentrarsi sulla ragione per cui viene compiuto, ovvero a motivo di istanze considerate giuste. Di fronte al dover decidere se scioperare o meno, la domanda fondamentale da porsi in coscienza è la seguente: «È giusto?». Ebbene: come si fa a stabilire se e quando un’azione è considerabile giusta?

Per rispondere è di aiuto richiamare alla mente la saggezza pratica dei teologi medievali. Essi suggerivano questi criteri di discernimento. Per sapere se un’azione è giusta devo tener presente questi tre elementi: la natura dell’azione, l’intenzione con cui la compio e le circostanze in cui la compio. Se ciascuno di questi tre elementi appare giusto, l’azione di conseguenza risulterà giusta, altrimenti lo sarà solo parzialmente.

Consideriamo ora, a titolo esemplificativo, il caso degli scioperi di questi giorni. Primo elemento, ovvero la natura della protesta. Chiediamoci: «È giusto protestare per il massacro attivo a Gaza, in nome del rispetto della dignità umana?». Secondo criterio, l’intenzione: «È giusto manifestare con la sola intenzione di far rissa?». Infine, le circostanze: «È giusto protestare in un momento in cui sembrano avviate realistiche trattative di pace»?

Di fronte a questi interrogativi è evidente che ciascun cittadino è chiamato a rispondere con un discernimento fatto secondo coscienza. Ciò che appare chiaro è che, nelle attuali circostanze, non esistono prese di posizione considerabili assolute e, di conseguenza, ogni scelta potrebbe essere rispettata.

Il calcolo delle conseguenze

Ancora una notazione. Fra i criteri di discernimento propri della saggezza medievale non figurava quello del calcolo sulle conseguenze. In altre parole, non si può stabilire se un’azione è giusta eticamente calcolando ciò che segue ad essa. Infatti, non sempre da azioni giuste seguono conseguenze favorevoli, così come non sempre da azioni vili derivano disagi. Perciò, un medioevale non avrebbe considerato di valore l’opinione di chi ritiene inutile scioperare solo perché non è detto che porti necessariamente alla pace auspicata.

Purtroppo, il calcolo delle conseguenze per stabilire la giustizia di un atto sembra diventato nel nostro tempo il criterio dirimente per capire se e come agire, non solo nel caso dello sciopero. Tantissimi, poi, lo riducono ad un semplice calcolo economico. Così, si accusa chi sciopera, compresi noi insegnanti, di lazzaronismo o di mettere in difficoltà i lavoratori pendolari. Si porti pazienza: noi insegnanti esistiamo per invitare chi lo desidera a comprendere che agire solo per desiderio del denaro allontana la mente e il cuore dal retto giudizio secondo ragione.

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