Una coscienza civile che riaffiora dalle piazze

La vicenda della Flotilla ha fatto riemergere una sorprendente vena politica, da tempo sepolta sotto la coltre dell’indifferenza sonnolenta
Un momento dello sciopero per Gaza in piazza Vittoria - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Un momento dello sciopero per Gaza in piazza Vittoria - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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La vicenda della Flotilla ha fatto riemergere una sorprendente vena politica, da tempo sepolta sotto la coltre dell’indifferenza sonnolenta di una società civile sollecitata, con insistenza, ad abbandonare ogni residuo di utopia cosmopolita per rientrare docilmente nei ranghi delle logiche nazionali. Una vena tanto inattesa quanto profonda, perché sgorga da una dimensione dell’agire umano estranea ai calcoli di partito e alle contingenze elettorali. Anche se ce n’è voluta per farla riemergere! È servito lo scontro brutale tra due grandi bande criminali – quella di Mohammed Deif, capo militare di Hamas e quella dell’esercito agli ordini di Netanyahu – entrambe decise a combattere questa guerra sui corpi dei civili israeliani e palestinesi.

Chi oggi in Italia difende Hamas come espressione di un terrorismo reattivo, esasperato dalla durissima occupazione israeliana, mostra di non aver compreso la lezione della Resistenza italiana. La violenza esercitata da chi si oppone a un’occupazione ingiusta e oppressiva può essere concepita, al limite, come uno strumento doloroso e necessario di liberazione; ma non deve mai degenerare in vendetta. Come ricorda Matteo Cavalleri nel suo volume «La Resistenza al nazi-fascismo.

  • La manifestazione pro Pal a Brescia
    La manifestazione pro Pal a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Un’antropologia etica», si tratta di una condizione paradossale: l’agire politico partigiano, fondato su una nuova etica della prassi, consiste nel cercare costantemente le modalità per non farsi trascinare nel gorgo oscuro della violenza. «Se torturassimo i nostri nemici, saremmo ancora fascisti», afferma senza ambiguità un dispaccio di Giustizia e Libertà dell’aprile 1945. Non è una presunta superiorità morale o antropologica a distinguere chi combatte per liberarsi da chi impone il proprio dominio, ma la capacità di immaginare e praticare una forma diversa di lotta. Senza questa capacità, non può esistere alcun progetto politico di emancipazione.

Non ci sono dunque scuse né assoluzioni per chi, come Hamas, invece di guidare una lotta politico-militare di liberazione, ha scelto di abbandonarsi a riti tribali sanguinari, danneggiando la causa palestinese. Una causa che, paradossalmente, è stata rilanciata proprio dall’altro grande criminale in campo: Netanyahu. Con metodo e determinazione, si è posto alla guida di un’operazione che i suoi stessi ministri hanno definito nei termini di un vero e proprio genocidio. Una disumanità sistematica che, giorno dopo giorno, ha sconvolto la coscienza dell’opinione pubblica internazionale, dando impulso a una solidarietà nei confronti del popolo palestinese che oggi appare in larga parte pre-politica, cioè mossa, innanzitutto, dalla percezione di una comune umanità violata, a prescindere da ogni altra considerazione ideologica o di parte.

Un sentimento alimentato da un’inquietudine profonda, non sempre esplicitata: quelle stragi di bambini, quei paesaggi distopici di distruzione, ci toccano da vicino. Milioni di persone sono scese in piazza negli ultimi giorni nel disperato tentativo di fare qualcosa, di dare voce a un rifiuto radicale della guerra, una guerra da tutti percepita mai così vicina come oggi. Di solito ci si interroga su cosa voglia il cittadino dal governo, con sondaggi e inchieste per captare il sentire dell’opinione pubblica. Quasi mai ci si chiede, invece, cosa voglia il governo dalla propria società civile.

A giudicare dalle dichiarazioni della premier, la richiesta dell’attuale esecutivo di destra-centro sembra essere una sola: non disturbare il manovratore. In questo caso si tratta di una pretesa miope e pericolosa, che ignora come oggi sia in ballo la quintessenza del discorso politico, il fondamento stesso della nascita delle comunità organizzate: la paura della morte. Uno spavento che oggi aleggia più che mai, in un mondo appena uscito da una pandemia globale, travolto da un cambiamento climatico considerato irreversibile, governato da leader che si fanno sistematicamente beffe del diritto internazionale, portandoci ogni giorno più vicini a un incidente militare catastrofico.

Manifestanti a Roma - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Manifestanti a Roma - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Interpretare le manifestazioni spontanee che affollano le piazze come mere proteste anti-governative, o peggio ancora come disturbi all’ordine pubblico da capitalizzare in chiave elettorale, rappresenta una forma grave di miopia politica. In questo caso sarebbe un errore presentare la situazione in termini di realpolitik, affidata alla diplomazia, agli adulti, contro l’Idealpolitik della piazza «bambina», inutile se non pericolosa. Quello che è successo in mare e nelle piazze è invece a tutti gli effetti Realpolitik anche se si svolge lontano dal Palazzo e dalle urne.

Derubricarlo a fenomeno minoritario allontana sempre più la classe dirigente da settori sempre più consistenti del Paese. Il problema, per essere chiari, non riguarda soltanto l’attuale maggioranza dato che i seggi si svuotano per tutti, mentre le piazze si riempiono di manifestanti senza bandiere di partito: non è dunque la politica a essere in crisi, ma la capacità di proporre una visione del mondo in cui ci sia ancora spazio per difendere i diritti e contrastare le disuguaglianze, vale a dire le imprescindibili e universali battaglie politiche in grado di proteggere concretamente la democrazia e continuare così a dare un senso alla parola futuro.

Fulvio Cammarano - Docente di Storia Contemporanea, Università di Bologna

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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