Il significato del pacifismo e il rischio di apatia

Il sussulto della società civile internazionale a cui abbiamo assistito in questi mesi, ovvero manifestare per la pace è il segno che esiste ancora una coscienza globale, una risposta all’indifferenza verso l’intollerabile
  • Corteo ProPal, stazione bloccata dai manifestanti
    Corteo ProPal, stazione bloccata dai manifestanti - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Le manifestazioni che hanno attraversato l’Europa e il mondo in queste ultime settimane, ma anche la recente azione della famigerata Global Sumud Flotilla ripropongono un tema forse poco considerato o ormai abbandonato nel retrobottega del dibattito politico. Che significato ha oggi dirsi pacifisti? E ancora: ha senso definirsi pacifisti in un’epoca in cui la polarizzazione nel dibattito pubblico e nella politica, costringono la società civile a dividersi in fazioni?

Nelle relazioni internazionali non c’è mai stato molto spazio per i pacifisti, nel senso che i movimenti non hanno davvero avuto modo di cambiare le scelte dei governi, impedire lo scoppio di guerre, o favorirne la fine. A partire dal secondo dopoguerra abbiamo, tuttavia, assistito a momenti di grande coinvolgimento da parte della società civile a livello globale. Il tutto supportato da un’idealità, quella pacifista, che invece ha attraversato le stagioni in maniera carsica, con alcuni climax di emersione. I due casi di maggior mobilitazione internazionale sono stati la guerra in Vietnam e, in due differenti momenti, il Medio Oriente, nel 1991 per la guerra nel Golfo e nel 2003 per la guerra in Iraq.

Qualche tempo fa, da queste stesse colonne, Luca Tentoni ha molto acutamente distinto tra due differenti pacifismi. Innanzitutto i «pacifisti assoluti», che sono contro l’uso delle armi, per la non violenza e ispirati all’irenismo; poi ci sono i «pacifisti politici» che aspirano alla pace ma declinata a favore di popoli per cui hanno una certa vicinanza politica. E qui le cose si complicano un po’: pensiamo oggi ai filorussi che vogliono la pace accusando la Nato e l’Europa di aggressione e chiedono a Zelensky di arrendersi; o in passato a tutti i movimenti di estrema destra che difendevano la causa palestinese in chiave antisemita.

Si potrebbe aggiungere che anche per il Vietnam e per l’Iraq oltre alla componente di pacifisti assoluti si sommava una parte di pacifisti politici, animati da un approccio antiamericano; e in certi casi antioccidentale, nel senso di antimperialista. A queste due categorie oggi, dopo oltre 700 giorni di guerra a Gaza, se ne potrebbe aggiungere una terza: i pacifisti spontanei. In un’epoca di ideologie molto più rarefatte che al tempo del Vietnam, e in cui l’impegno politico è stato sostituito dall’impegno social, allora le centinaia di migliaia di persone che nel mondo sono scese in piazza erano spinte anche dall’idea semplice di respingere la guerra.

Il corteo pro Flotilla per le vie di Brescia - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it
Il corteo pro Flotilla per le vie di Brescia - Foto Gabriele Strada Neg © www.giornaledibrescia.it

L’inaccettabile orrore della risposta sproporzionata di Israele nella Striscia di Gaza e questo senza stare a sindacare sulle barbarie dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il distinguo non regge di fronte a tutte le persone che sono scese in piazza esclusivamente per testimoniare la loro contrarietà alla guerra e chiedere la pace.

I benaltristi e i realisti da scrivania alzeranno il sopracciglio sostenendo che tanto la guerra non si risolve così, ma il sussulto della società civile internazionale a cui abbiamo assistito in questi mesi, ovvero manifestare per la pace è il segno che esiste ancora una coscienza globale, una risposta all’indifferenza verso l’intollerabile.

E anche la global flotilla che tanto è stata divisiva nel dibattito politico italiano aveva in sé una sua idealità. In fondo i partecipanti sapevano che non avrebbero mai attraccato nella Striscia: non c’era un accordo con le parti in conflitto, non c’era la garanzia di sicurezza in una zona di guerra, non c’erano attracchi. Ma con uno sforzo, che vuole andare oltre i cappelli politici che le sono stati affibbiati, l’idea era quella di smuovere l’opinione pubblica.

Sicuramente, tra i 450 partecipanti, c’era qualche pacifista assoluto. In Italia, il governo ha mostrato grande fastidio per la flotilla (ovviamente), ma anche per le manifestazioni: è inaccettabile liquidare il diritto di sciopero come un sotterfugio per fare il weekend lungo.

L’idea che invece di manifestare si dovrebbe sostenere solo l’azione del governo Meloni (che per altro sulla questione palestinese traccheggia quasi più della Germania) riporta alla mente l’avvertenza che sollevava Tocqueville mettendo in guardia, non tanto dalla tirannide, ma da quelle democrazie in cui i governanti attraverso un potere «tutelare» dolce portavano all’apatia i cittadini senza più impegno personale. I cortei di questi giorni testimoniano che il pacifismo, tra mille fatiche e complicazioni ed escludendo i momenti di violenza cieca e inaccettabile, esiste ancora e che è un modo per contrastare proprio l’indifferenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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