Opinioni

Quando la guerra si consuma sul corpo delle donne

La storia degli ultimi trent’anni della Repubblica Democratica del Congo è una storia di stupri di guerra
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

Il ginecologo Denis Mukwege, Premio Nobel 2018 - Foto Mukwegefoundation.org
Il ginecologo Denis Mukwege, Premio Nobel 2018 - Foto Mukwegefoundation.org

La storia degli ultimi trent’anni della Repubblica Democratica del Congo è una storia di stupri di guerra. «Nel 1999 abbiamo aperto a Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu, l’ospedale Panzi per fornire assistenza sanitaria materna – dice il ginecologo congolese Denis Mukwege, incontrato a Roma -. Ma quando mi è arrivata la prima paziente, sono rimasto scioccato. Aveva i genitali devastati. Ho pensato: sarà stato un folle. Si tratterà di un caso isolato. Non potevo pensare che un essere umano potesse arrivare a tanto. Invece, da allora continuo a confrontarmi con le stesse atrocità.

In questi anni con il mio staff abbiamo curato più di 85mila donne, al ritmo anche di dieci interventi al giorno. La violenza è usata come arma di guerra. Le vittime vengono brutalizzate affinché non possano più avere figli, o per metterle incinte, ai fini della sostituzione etnica. E pensare che prima dell'inizio dei vari conflitti, nel 1996, in nessuna delle circa duecento lingue parlate nella Repubblica Democratica del Congo, esisteva la parola stupro».

Tra il 1997 e il 2003, nella seconda guerra del Congo, chiamata anche «guerra mondiale africana», perché vi parteciparono 8 Paesi africani e 25 gruppi armati, tutti pronti ad accaparrarsi pezzi di un territorio ricchissimo di risorse, l’uso dello stupro divenne sistematico. Il dottor Mukwege, classe 1955, premio Nobel per la pace 2018, racconta di come le nefandezze incontrate nel suo lavoro, lo hanno spinto verso l’attivismo per i diritti umani. Ha iniziato denunciando, poi, nel 2016, ha dato vita alla Fondazione che porta il suo nome, con uffici nei Paesi Bassi, in Svizzera, a Ginevra, e a Bangui, nella Repubblica Centrafricana.

Non nella RDC, perché nel suo Paese Mukwege è costretto a vivere sotto scorta perché è scomodo ai potenti, ai quali non piace che le proprie miserie diventino materia di discussione nei consessi internazionali. In questi dieci anni la Fondazione, con sportelli mirati, ha supportato i sopravvissuti agli stupri di guerra, sia dal punto di vista medico, dell’advocacy affinché possano essere ascoltati nella loro richiesta di giustizia e risarcimento, e della lobby per influenzare le politiche globali. L’altro obiettivo è recuperare lo stigma sociale legato allo stupro di genere, che condanna le vittime all’abbandono da parte dei mariti e delle famiglie di origine.

«Ma il decennale non è certo un punto d’arrivo – riprende Mukwege -. Noi vogliamo che la violenza sessuale come arma di guerra non sia più tollerata e produca conseguenze per chi la perpetra e per gli Stati dove viene praticata». Nel 2016, per la prima volta nella storia, la Corte penale dell’Aja ha riconosciuto lo stupro di massa come arma di guerra e ha condannato l’ex vicepresidente del Congo, Jean-Pierre Bemba, per aver spinto i suoi uomini a perpetrare stupri nella Repubblica Centrafricana tra ottobre 2002 e marzo 2003. Un piccolo passo, ma c’è ancora tanto da fare.

Nel 2018, Medici senza Frontiere denunciava di aver assistito 2.600 vittime di violenza sessuale in un altro luogo di conflitto, la città di Kananga, nel Kasai, regione del Congo meridionale. A marzo di quest’anno, le Nazioni Unite hanno documentato per il 2025 oltre millecinquecento casi di stupri e un numero crescente di donne e ragazze ridotte in stato di schiavitù sessuale, in particolare nel Nord e Sud Kivu, area resa caotica e insicura dalla presenza dell’M23 spalleggiato dal Ruanda e di 120 gruppi armati.

L’ospedale di Panzi è oggi un’eccellenza mondiale per la chirurgia ricostruttiva e per il trattamento dei traumi ginecologici derivanti da violenze sessuali nei conflitti, e anche un modello a livello globale. Le pazienti guarite, grazie alla Fondazione Mukwege e alla collaborazione con la Rete Globale dei sopravvissuti alla violenza sessuale (Sema), vengono formate a diventare attiviste leader capaci di andare davanti alle Nazioni Unite o alla Corte Penale Internazionale, o ai governi europei, a chiedere giustizia. «Questa guerra contro il corpo delle donne deve finire», conclude il premio Nobel.

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