Congo, la maledizione del coltan: vite sepolte per smartphone e pc

Mentre scrivo questo pezzo nel mio pc, mi rendo conto di essere parte del problema. Perché una delle maledizioni del cosiddetto Sud del Mondo sono le risorse del sottosuolo. Il coltan (columbite-tantalite) è una di queste. Su questo minerale, strategico per l’industria elettronica, si sono puntati gli occhi del mondo soprattutto da quando ci siamo riempiti di telefonini e computer, perché si tratta della materia prima che permette ai device di essere funzionanti.
E, il Paese più ricco di questa risorsa, è la Repubblica Democratica del Congo. Dove non c’è proporzione tra lavoro e guadagno. Dove non esiste sicurezza per i lavoratori, niente organizzazioni sindacali. A mani nude, o con vanghe e picconi, fino alle viscere della terra per raccogliere sabbia nera radioattiva, che fa guadagnare un dollaro al giorno. Meglio i bambini, perché sono più piccoli ed entrano più facilmente nei pertugi delle miniere.
Da mercoledì 28 gennaio, si contano i morti, a seguito di una frana all’interno del perimetro minerario 4731, nel sito Luwowo/Kasasa, nella regione mineraria di Rubaya, territorio di Masisi, provincia del Nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
La RDC detiene il 60% delle riserve mondiali di coltan. Dovrebbe essere una benedizione per l’economia interna, invece è una maledizione, perché richiama società estere che, a volte investono ma, più spesso agiscono nell’illegalità, determinando l’instabilità permanente nel Paese, che potrebbe essere uno dei più ricchi al mondo, è invece è uno dei più poveri.
Non solo coltan, ma anche cobalto, magnesio, oro, diamanti, tungsteno, stagno, rame, petrolio, gas, litio, grande disponibilità di legname; molte di queste risorse sono concentrate nell’est del Paese. Un territorio dove agisce il gruppo armato antigovernativo Movimento 23 Marzo (M23), appoggiato dal Ruanda.
Lo stesso sito minerario Luwowo/Kasasa è sotto il controllo dell’M23, che dal 2022 ha intensificato la sua presenza nella confinante RDC, prendendo il controllo di aree strategiche e – secondo i rapporti dell’Onu – con l’obiettivo finale di far cadere Kinshasa.
La frana, causata dall’erosione, ha seppellito diverse centinaia di minatori artigianali, ma anche altre persone presenti nell’area mineraria, come i proprietari di attività commerciali, donne e bambini. Al momento, mancano all’appello 400 persone.
Sebbene alcuni corpi siano stati recuperati, molti altri risultano ancora dispersi, sepolti o travolti dalle acque alluvionali dei fiumi Mumba, Osso e Rushoga che, a seguito della caduta sassi nei loro alvei, sono esondati, fino a raggiungere Bihambwe, cittadina a quasi tre ore da Rubaya. La catastrofe, oltre a provocare vittime, ha avuto anche un impatto devastante sull’ambiente di un Paese che è centro chiave della biodiversità del pianeta.
Il Coordinamento territoriale della società civile – che comprende le Forces Vives de Masisi, la Conscience féminine pour les droits et le développement «Cfdd-RDC asbl», e l’organisation des droits de l’homme Mwanamke Anaweza –, con una dichiarazione congiunta, ha inteso «denunciare il saccheggio sistematico di minerali e altre risorse naturali che avviene nella regione, incluso il perimetro 4731, da parte del Ruanda, senza alcuna preventiva valutazione di impatto sociale e ambientale, in palese violazione del codice minerario congolese e degli standard internazionali. Le perdite umane e materiali registrate devono essere oggetto di indagini serie e documentate».
Con la stessa dichiarazione, ha anche avanzato delle precise richieste: «Chiediamo che tutti i minerali immessi sul mercato internazionale del Ruanda siano considerati "minerali di conflitto, minerali insanguinati" e, pertanto, vietati, pena la tacita complicità. Chiediamo l’immediata cessazione dello sfruttamento minerario illegale nelle aree congolesi sotto occupazione, fino al ripristino del quadro giuridico. E chiediamo il risarcimento per le famiglie delle vittime».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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