Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati».
250 anni più tardi, il preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti non ha perso nulla del suo afflato lirico, della sua potenza poetica, della sua radicalità politica. Giustiziò simbolicamente Re Giorgio III, quel documento. Legittimò la secessione delle colonie britanniche in Nord America. Creò una forma politica repubblicana dai contenuti e dalle ambizioni universalistiche. Pose le premesse per la nascita di una Nazione speciale e, negli anni, potente come nessun’altra. E aprì un processo – nazionale e, ben presto, democratico – inevitabilmente parziale, incompiuto, in perenne divenire e a costante rischio di essere bloccato e finanche invertito.
L’incompiutezza è il destino di tutte le democrazie, chiamate sempre a ridefinirsi e a ridefinire i diritti che sono chiamate a promuovere, garantire e tutelare. È, questa, un’incompiutezza che definisce lo scarto tra la loro perfezione formale e la loro imperfezione sostanziale. Che è particolarmente acuto nel caso degli Stati Uniti anche per la tensione proprio nella Dichiarazione d’Indipendenza tra il lirismo della promessa, le contraddizioni che essa contiene e le omissioni che la connotano.
Tra la vivida musicalità con cui si celebra la libertà «di per sé stessa evidente» dell’uguaglianza umana e l’assordante silenzio che la Dichiarazione promana sulla negazione ultima di tale uguaglianza, quella schiavitù con cui gli Stati Uniti nascono e che aboliranno solo novant’anni più tardi dopo una terribile guerra civile, nella quale il numero di caduti sarà più o meno equivalente a quello, combinato, di tutte le successive guerre a cui gli Usa parteciperanno.
Quell’omissione, quell’assordante silenzio, avrebbe segnato e scandito la storia della democrazia americana. Nella quale la questione razziale sarebbe sempre rimasta centrale. E dove una delle dialettiche fondamentali sarebbe stata quella tra due idee opposte di che cosa la nazione statunitense sia e debba essere. Tra un nazionalismo costituzionale, civico e progressivo, capace di ampliare il perimetro del corpo di questa nazione e – dopo la guerra civile e il fondamentale XIV emendamento sullo ius soli – ridefinirlo in senso inclusivo e multirazziale e un nazionalismo essenzialista e razziale, per il quale gli Usa sono e debbono rimanere un Paese bianco, cristiano e anglofono.
Spesso dominante e giustificazione per politiche discriminatorie, come quelle draconiane sull’immigrazione adottate a cavallo tra Otto e Novecento, questa idea razziale dell’identità nazionale sembrava destinata a diventare vieppiù marginale. È invece ritornata con forza e radicalità inattesa nel XXI secolo trovando in Donald Trump il suo improbabile ma efficace profeta.

Gli anniversari della Dichiarazione, a partire dal bicentenario del 1976, hanno spesso costituito momento di scontro sul suo significato e tentativi di sua appropriazione di una parte politica o dell’altra. Questo 250ennale non fa ovviamente eccezione. E Donald Trump tutto ha fatto per trasformarlo in un momento di validazione della sua politica, della sua concezione razziale della nazione e, anche, della sua persona (addirittura producendo un’apposita banconota da 250 dollari con il suo volto su di essa).
Non ha neanche simulato l’offerta di un messaggio inclusivo e unitario, con cui provare a sanare le profonde fratture degli Stati Uniti contemporanei. Ha provato insomma ad appropriarsi della Dichiarazione, trasformando in parziali e partigiane le sue «verità di per sé stesse evidenti». Se ci sia riuscito è lecito dubitarne, come molti sondaggi sottolineano. Che lo abbia fatto ci dà però la cifra quanto l’attuale presidente degli Stati Uniti incarni e sublimi alcune delle irresolubili contraddizioni del loro magnifico proclama d’indipendenza.




