Donald Trump ci ha abituato a post aggressivi che sembrano uscire dal suo account Truth senza nessun filtro e che hanno colpito oppositori come alleati politici, capi di stato e perfino il Papa. Giorgia Meloni, quindi, non è la prima né sarà l’ultima a subire gli umori del presidente americano. Ci sono però delle specificità in questo attacco che sono interessanti da analizzare, in particolare in una chiave di genere.
Trump sembra trovare particolarmente insopportabile che una donna, anche se è un capo di governo, gli possa dire di no, il che non dovrebbe sorprenderci per un uomo che ha affermato che quando si ha potere si può fare alle donne tutto quello che si vuole, anche «acchiapparle per la f**a». Quando Trump al G7 ha dichiarato che Meloni lo aveva implorato per una foto insieme a lui (per punirla del fatto che Meloni aveva preso le distanze sulle critiche dello stesso Trump a Papa Leone XIV), si aspettava probabilmente che lei abbassasse gli occhi, imbarazzata e sottomessa, come l’aveva fatto al summit su Gaza nell’ottobre 2025 quando Trump aveva commentato il suo aspetto fisico declamandone la bellezza. Meloni, invece, ha reagito dichiarando che né lei né il Paese che rappresenta implorano nessuno, scatenando l’ira di Trump.
Pubblicare una foto di Meloni che lo guarda adorante con il messaggio «serve un’ordinanza restrittiva» è un tentativo, per quanto patetico, di ridisegnare la gerarchia: non è lei che gli mette dei limiti, ma lui che le dice di no nonostante lei lo insegua. Meloni non è l’unica donna che, avendo osato dire no a Trump, ne ha subito gli attacchi. Lo scorso gennaio, per esempio, a Davos, la presidente della confederazione svizzera Karin Keller-Sutter aveva osato dire no a Trump sui dazi al 30% il che, per sua stessa ammissione lo ha «irritato», («continuava a dire no, no, no») e per ripicca lo ha spinto ad alzare i dazi al 39%.
Il presidente americano sembra interagire con le donne capi di stato straniere come con le donne che lui ha nominato nel suo governo per poi farle saltare una dopo l’altra. Prendiamo i due volti più emblematici: Kristi Noem, la seconda donna a dirigere il dipartimento di sicurezza interna licenziata in marzo, e Pam Bondi, la terza donna procuratrice generale cacciata con un post su Truth in aprile. Cacciate in malo modo e rimpiazzate da uomini, entrambe hanno espresso gratitudine e riconoscimento al presidente, rinnovando la loro fedeltà. Questa sottomissione è probabilmente l’unica protezione possibile davanti a Trump, che infatti le ha ringraziate e lodate. Questa però non può essere la posizione di una leader straniera, e in particolare di una leader sovranista come Giorgia Meloni che, anche se vicina a Trump in molti ambiti, non può apparire come una sua subordinata.
La maschilità tossica di Trump dà luogo a meme e battute. Ma il carattere caricaturale dei suoi post e affermazioni non può farci dimenticare che il bisogno compulsivo di Trump di compensare le sue fragilità (età e decadimento che ne consegue, popolarità in caduta libera, incapacità di ottenere i risultati promessi) si traduce in azioni politiche: alzare dei dazi per ripicca o far fallire un negoziato. Quest’ultimo è precisamente il rischio che incombe sul vertice della NATO in programma oggi e domani in Turchia.
* Presidente di Progetto GAPP, esperta di Gender and Politics



