All’avvicinarsi delle elezioni di mid-term del novembre prossimo, Donald Trump sta disperatamente cercando di risollevare le sorti politiche sue e del suo partito. Con iniziative pubbliche assistenzialiste e non poco demagogiche, come la creazione dei «Trump accounts» (i «conti correnti Trump»), grazie ai quali ai bambini nati tra il 2025 e il 2028 il dipartimento del Tesoro dona mille dollari a patto che il conto non sia poi toccato fino al compimento dei diciotto anni.
Con il grande sforzo fatto per appropriarsi del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, trasformata come forse mai prima d’ora in una ricorrenza al servizio di un Presidente e di una parte politica. Con l’accusa agli avversari democratici di voler addirittura instaurare un regime comunista negli Usa. E, infine, con il tentativo di alterare le regole del gioco, attraverso il ridisegno dei collegi elettorali in molti Stati governati dai repubblicani e l’introduzione di norme che rendono più difficile l’esercizio del voto, fisico o per corrispondenza.
Basterà tutto ciò a evitare una pesante sconfitta in novembre? Fare previsioni è al momento impossibile. L’unico dato certo – e molto problematico per la democrazia statunitense – è che in un contesto di acuta polarizzazione politica, geografica e sociale, i seggi davvero contendibili alle elezioni congressuali sono ormai pochissimi: non più di 5/6 sui 33 in palio al Senato quest’anno; appena 20/30 su un totale di 435 alla Camera; 5/6 tra le 36 elezioni ai governatorati statali, infine.
I sondaggi evidenziano la forte impopolarità di Trump. Il tasso di approvazione del suo operato galleggia tra i 35 e i 40 punti percentuali, circa quindici in meno rispetto al momento del suo insediamento nel gennaio del 2025. Anche su questioni dove a lungo è sembrato essere inattaccabile – dall’immigrazione all’economia – una maggioranza di americani oggi lo critica. E come stanno dimostrando anche tanti cicli di elezioni primarie, dove i due partiti scelgono i candidati, vi è al momento un gap di entusiasmo e mobilitazione tra le due parti, con gli elettori democratici che si recano molto di più alle urne.
A recent poll found that 64 per cent of Latinos disapproved of the job Trump was doing. But another poll showed that just 11 per cent of Latinos who voted for Trump in 2024 said they would now support a Democrat. With these polls, you don’t see a group of prodigal Latinos making… pic.twitter.com/q2KZQKwPdh
— The New Yorker (@NewYorker) July 15, 2026
Gli stessi dati, però, possono essere letti anche come dimostrazione della straordinaria resilienza di Trump di fronte ad avversità e, anche, scandali che avrebbero probabilmente travolto un altro Presidente. La soglia di resistenza verso il basso dell’approvazione del suo operato, fissata attorno al 35%, continua a reggere; il suo elettorato non lo abbandona, nonostante le aspre critiche e defezioni di alcune influenti figure della destra repubblicana; su alcuni ambiti, a partire dall’immigrazione, le sue politiche autoritarie e violente sono rilanciate, aiutate anche da alcuni pronunciamenti a suo favore della Corte Suprema.
L’economia, infine, regge, senza discontinuità radicali – positive o negative – rispetto agli anni di Biden. La borsa continua a crescere; il tasso di disoccupazione resta storicamente basso (il 4.2% nell’ultimo dato di giugno); a dispetto di promesse e dazi, il deficit commerciale rimane elevato e le importazioni vitali per il potere di acquisto degli americani. Corre, quello sì, l’inflazione, spinta anche dalla guerra con l’Iran, l’alto prezzo del petrolio e di alcuni generi alimentari; e con essa aumenta ancor più la sfiducia dei consumatori, oggi ai livelli massimi dell’ultimo mezzo secolo.
I prossimi mesi saranno ovviamente decisivi. Salvo cataclismi, i fondamentali dell’economia rimarranno gli stessi di oggi. E quella che si preannuncia come una campagna elettorale estremamente aspra esaspererà ulteriormente la polarizzazione del paese. Che, qualsiasi sia l’esito del voto di novembre, difficilmente ne uscirà meno diviso e conflittuale.
Mario Del Pero – Docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi




