Al centrosinistra servono scelte contro l’autolesionismo

Si impone la necessità di una riflessione da cui trarre ispirazione circa le linee da seguire in vista delle consultazioni regionali
Elly Schlein alla Festa dell'Unità di Roma - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein alla Festa dell'Unità di Roma - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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I risultati delle elezioni amministrative celebrate settimane fa, per quanto riconducibili a pochi capoluoghi provinciali, possono comunque offrire alcune indicazioni alle forze che si propongono come possibile alternativa all’attuale Governo. Peraltro sono ormai in vista nuove consultazioni regionali, una sorta di test di medio termine, come si direbbe negli Usa, per la maggioranza alla guida del Paese. A maggior ragione si impone dunque la necessità di una riflessione da cui trarre ispirazione circa le linee da seguire da parte del centrosinistra.

Incoraggianti segnali sono sì provenuti dai successi riportati a Genova, Ravenna, Taranto, Nuoro, ma, come indicano le analisi condotte dall’istituto Cattaneo, il quadro politico complessivo non vede cambiamenti rilevanti, confermando comunque un dato che in sede locale spesso ricorre: la disponibilità per il centrosinistra di un personale, quanto ad affidabilità amministrativa, mediamente dotato di qualità e competenza. La qual cosa suggerisce – una evidenza tafazziana, se non si vogliono assumere scelte di tipo autolesionista – la necessità di proporre anche alle politiche, quale che sia la legge elettorale, candidature scelte in modo oculato, sulla base di una selezione che prediliga una riconoscibilità virtuosa, non riconducibile a mera volontà di mantenere equilibri interni di partito a scapito di un consenso espressione di radicamento, di effettiva capacità di rappresentanza dovuta ad indubbie doti e a conclamati meriti acquisiti in determinati campi.

Un ulteriore ammonimento scaturisce dalla recente consultazione: ai fini che il centrosinistra si prefigge è indispensabile una coalizione coesa, di ampia estensione, animata da spirito unitario. Una condizione necessaria, ma insufficiente, se non predisposta per tempo ed esito di un processo trasparente quanto alla comune volontà e all’impegno profuso in termini di credibilità dell’alleanza.

Non solo in rapporto al poi – le eventuali responsabilità di governo –, ma anche rispetto al prima. Tatticismi e trasformismi vanno dismessi, così come pulsioni identitarie coltivate nella prospettiva di un rafforzamento che premi la propria formazione politica. È infatti del tutto fuorviante l’idea che si possa procedere in modo defilato e in solitudine per poi confluire a ridosso della prova elettorale in una coalizione dell’ultima ora: una mossa dall’evidente significato strumentale e certamente non apprezzabile da parte di un elettorato che invoca unità e chiama a superare divergenze e lacerazioni approfonditesi nel tempo sino al punto da alimentare sentimenti di estraneità, se non addirittura di ostilità.

La competizione tra alleati è si comprensibile e può essere persino galvanizzante purché animata da tensione unitiva volta alla definizione di un’agenda programmatica condivisa, nonché sorretta da una comune visione dei problemi del Paese.

Infine la questione da tempo dibattuta e all’origine di polemiche – anche all’interno del Pd – tra le forze «moderate» e quelle imputate di estremismo, di un radicalismo non confacente agli umori presenti nel corpo elettorale. Da qui l’impegno ad una praticabile sintesi retta sulla chiarezza delle posizioni di ciascuno. Alla base va superata la confusione tra moderatismo e riformismo. Non un semplice equivoco, ma la rivendicazione da parte di taluni di un «terzismo», che per altro sino ad oggi non ha prodotto risultati particolarmente confortanti per i propri sostenitori, sul presupposto che ci si debba tenere alla larga, in posizione equidistante rispetto agli «opposti estremismi». In proposito sono due i limiti da varcare: da un lato personalismi deleteri spesso dovuti a pregiudizi ideologici, nonché alla ricerca di spazi da occupare, oltre che alla sottovalutazione della natura più propria del riformismo.

Esso rimanda a re-formatio, dare nuova forma ai processi in corso e non semplicemente prenderne atto; dall’altro lato una incomprensione di fondo di quel che la Destra rappresenta, soprattutto FdI e la Lega di Salvini - Vannacci, vale a dire formazioni illiberali, sovraniste, antieuropee, non sintonizzate sulla cultura repubblicana di valori costituzionali originariamente antifascisti. Nella giusta direzione persino lo stesso Matteo Renzi sta compiendo passi significativi.

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