Il 2027 sarà l’anno delle elezioni politiche. Per ora non sappiamo se le Camere si rinnoveranno a marzo-aprile oppure a settembre, come nel 2022. In ogni caso, a questa legislatura mancano pochi mesi di attività: da sei a dodici scarsi. Giusto il tempo per approvare la riforma elettorale e la legge di bilancio, più «varie ed eventuali». Non di più. Sebbene la campagna elettorale sia già in corso e si sia ravvivata da quando Vannacci ha fondato il suo partito, sfidando da destra l’attuale maggioranza e spingendola ad accentuare certe posizioni, ci sono ancora appuntamenti importanti destinati a influenzare l’esito del voto, come le primarie del campo largo (a seconda di chi vinca, il candidato/a per Palazzo Chigi potrà zavorrare o trainare la coalizione).
La campagna elettorale formale, tuttavia, inizierà verosimilmente subito dopo l’approvazione della legge di bilancio e occuperà probabilmente il primo trimestre del 2027. Se ci si dovesse occupare delle necessità degli italiani, si dovrebbe puntare sull’economia, sul lavoro, sulla sanità e in parte su sicurezza e immigrazione; invece, un posto importantissimo sarà occupato dalla politica estera, dai rapporti con l’Ucraina, con la Russia, con l’Unione europea, con la Nato e dall’eterno tema ad uso elettorale che è l’immigrazione (non a caso, l’Italia lo sta usando contro la Spagna socialista per favorire la destra di Vox, invocando Schengen e l’Europa ma dimenticandosi delle regole comuni quando rifiuta di riprendersi i migranti dalla Germania, cioè da un altro paese che vuole fare propaganda elettorale interna a danni di un altro).
Del resto, con un’Italia che economicamente ha segnato il passo in questi anni e che non vede spiragli di sviluppo e di ripresa (e nemmeno di trattamenti salariali e stipendiali comparabili con quelli di venti anni fa) è meglio parlare di politica estera. Stavolta, però, non è un semplice modo per distrarre gli elettori: per la prima volta nella nostra storia la politica estera italiana non è patrimonio comune della gran parte delle forze politiche.
Se è vero che nel 2022 – quando si rinnovò il nostro Parlamento – l’aggressione della Russia all’Ucraina aveva già avuto luogo, è però vero che le voci dissonanti erano flebili (la Lega) o un po’ confuse (Forza Italia: Berlusconi era amico di Putin e ne ascoltava le ragioni, ma alla fine il partito era saldamente euroatlantico). Certo, si discuteva sulle forniture di gas russo e si era entrati in una stagione nella quale stavano cambiando i Paesi di approvvigionamento, ma il nucleo fondante della nostra politica estera restava abbastanza saldo.

Nel 2027 non sarà così: Vannacci è più o meno filorusso, Di Battista pure (che alcuni vorrebbero vedere in lizza e altri temono), mentre ci sono partiti pacifisti a sinistra (il M5s) che non vogliono dare aiuti militari all’Ucraina. Messo tutto insieme, è facile capire che: 1) Vannacci e Di Battista possono impedire a entrambi i poli di raggiungere il 42% dei voti, cioè la soglia per far scattare il premio di maggioranza e governare; 2) se vince il campo largo, ogni votazione sulla politica estera sarà a dir poco problematica; 3) non dimentichiamo che le forze estreme hanno anche mostrato un palese euroscetticismo (qualcuno ipotizza persino il ritorno alla lira, pare) che stravolgerebbe la tradizionale vocazione dell’Italia (a tutto vantaggio di Trump e Putin che hanno tutto l’interesse a indebolire l’Ue, se non a sfasciarla). Di contorno c’è anche l’immigrazione, che, come dicevamo, è un evergreen. Insomma, nel 2027 gli italiani penseranno ai problemi di casa mentre i partiti faranno campagna sulla politica estera. Un modo perfetto per far crollare l’affluenza.




