Le città hanno un difetto: non riescono a nascondere le proprie priorità. Prima o poi – per quanto si tenti di posticiparle o di annacquarle – finiscono sempre per raccontarle. C’è stato un tempo in cui per sedare le nuove esigenze bastava costruire: più case, più uffici, più metri cubi, era quasi una legge naturale. Oggi la domanda è cambiata: non è più quanto costruire, ma cosa vale ancora la pena costruire e per chi costruirla affinché la città marci sì veloce verso l’innovazione, ma senza «espellere» (sì, è un brutto vocabolo, ma è ciò che rischia di accadere davvero) chi, suo malgrado, è costretto a camminare a un passo più lento.
Per questo scrivere un nuovo Piano di governo del territorio è qualcosa di più di un esercizio urbanistico. Dovrebbe essere l’occasione per rispondere a una domanda precisa: quali sono oggi le priorità della città? Per anni la risposta è stata semplice: si pianificava, si attribuivano diritti edificatori, poi si lasciava che fosse il mercato a scegliere tempi e convenienze. Nel frattempo, però, la città è cambiata: lo dimostra il fatto che, del vecchio Pgt, è stato realizzato circa il 45%. Sono rimasti comparti bloccati per decenni, opere pubbliche mai realizzate, aree dismesse in sospeso.
L’interesse di Turboden per l’ex Pietra Curva dimostra che Brescia torna ad attrarre industria e innovazione: è una notizia importante, perché una città senza lavoro perde futuro. Ma sarebbe miope immaginare che il nuovo Pgt debba rispondere soltanto a questa esigenza. C’è un’altra emergenza che forse non fa ancora abbastanza rumore, ma che riguarda molte più persone: quella della casa. Le liste d’attesa delle graduatorie per gli alloggi pubblici crescono e per il ceto medio trovare un alloggio a un prezzo sostenibile è diventato un rebus. Se un’infermiera, un insegnante o un giovane ingegnere possono lavorare a Brescia ma non permettersi di viverci, il problema non è solo immobiliare, ma sociale e urbano.
E poi c’è la crisi climatica. Per decenni si è pensato che ogni vuoto fosse un problema da colmare, oggi sappiamo che non è così: in una città sempre più calda, lo spazio libero è un’infrastruttura. Un parco, un corridoio ecologico, un luogo capace di rendere più vivibili i quartieri. Non costruire è una scelta progettuale tanto quanto costruire. Il nuovo Pgt (in lavorazione, i dettagli ancora non si conoscono) sarà chiamato a tenere insieme tutto questo: lavoro, casa, qualità dello spazio pubblico. Non esiste una graduatoria valida per sempre, esiste però una responsabilità: scegliere. Pianificare è decidere quale idea di città merita di occupare il suolo che resta. E il suolo, una volta consumato, non torna più.




