Quando Marco, 29 anni, ingegnere gestionale, ha firmato il contratto in un’azienda in città, pensava che la parte difficile fosse entrare in una delle filiere più competitive del Paese. Si sbagliava. La parte difficile è stata trovare un bilocale. Letizia, 32 anni, ha accettato la cattedra con grande entusiasmo: il canone d’affitto erode oltre la metà del suo stipendio (che no: non arriva neanche lontanamente a 2mila euro). Ha già chiesto la mobilità altrove: «Non ce la faccio, non ha senso lavorare solo per pagare l’affitto e fare i salti mortali per benzina e spesa».
Chi ha avuto a che fare con la ricerca di un tetto a Brescia è una trama che conosce a menadito: «La scoperta dell’acqua calda» per citare Fiorenzo, padre separato, lavoratore da quando di anni ne aveva 17, oggi incastrato in una pensione striminzita. «Guadagno sempre più di chi non ha un lavoro, dunque le case popolari me le scordo. Mi aiutano i miei figli. Ma lei si immagina quanto è mortificante?».
La casa è un problema e non lo è da oggi: con il passare del tempo, però, si è incancrenito fino ad esplodere. E ora è diventata un’emergenza talmente incontenibile da intaccare anche la filiera del lavoro. C’è chi «scansa» Brescia, le sue aziende e le sue Università (copione che si ripete anche in altri centri urbani) perché vivere e lavorare qui non conviene. E allora, corsi e ricorsi della storia, torna l’esigenza di quelli che un tempo si chiamavano «alloggi operai».
La corsa ai ripari
L’effetto collaterale pesa anche sulle scuole, sulla sanità e, soprattutto, sulle aziende. Tanto che il governo è stato costretto a intervenire: la premier Giorgia Meloni ha infatti annunciato un Piano casa da oltre 10 miliardi di euro che non guarda solo all’edilizia popolare ma anche all’housing sociale, vale a dire a un parco alloggi a prezzi calmierati per chi si trova nella zona grigia, come Marco, Letizia e Fiorenzo per intenderci.

Quella delle case per i lavoratori è un’esperienza che la nostra provincia conosce bene, perché è un’emergenza che aveva «curato» (addirittura prevenendola) grazie alla lungimiranza di padre Ottorino Marcolini, il «muratore di Dio». Marcolini realizzò 30mila abitazioni per altrettante famiglie, consentendo di avere un tetto dignitoso a circa 120mila abitanti. Solo a Brescia se ne contano 8mila (alloggi che oggi sul mercato sono peraltro tra i più ambiti e costosi), mentre in provincia sono 15mila. In termini quantitativi è come se avesse costruito una città: fornì un’abitazione alle migliaia di persone che dalle campagne si spostavano a Brescia per un impiego nelle aziende cittadine.
Una tradizione che è andata via via scemando. E il risultato è una fotografia contemporanea sotto pressione. Dal 2014 ad oggi l’offerta di case in affitto si è ridotta dell’85%. Le abitazioni in vendita sono rimaste numericamente dominanti: per ogni appartamento in locazione ce ne sono circa sedici in vendita; un bilocale va dai 700 fino a superare i 900 euro mensili. Il mercato ha fatto una scelta razionale: vendere conviene più che affittare. Meno rischi, meno incertezze, rendita immediata. Ma ciò che è razionale per il singolo proprietario può diventare disfunzionale per una città.

Brescia è uno dei motori industriali italiani: le imprese cercano tecnici, infermieri, profili qualificati. Eppure l’attrattività si incrina sulla soglia di casa. Senza un’offerta locativa accessibile, il lavoro fatica a muoversi. Negli anni Sessanta le grandi aziende costruivano quartieri operai, oggi l’abitare è del tutto uscito dall’orizzonte delle politiche industriali. Forse è tempo di rimetterlo al centro. Non a caso Cassa Depositi e Prestiti - nella proposta progettuale presentata alla Loggia per realizzare 600 alloggi a Sanpolino - ha incluso tra le opzioni gli alloggi per i lavoratori, così come l’affitto con riscatto. E non a caso il governo ha inserito tra i primi interlocutori anche Confindustria, contemplando a sua volta la formula «rent to buy».
Il paradosso degli alloggi vuoti
Nel frattempo, a convivere con questo quadro, c’è un dato che - ogni volta - suona quasi provocatorio. Nel Bresciano le abitazioni non occupate stabilmente sono circa 185mila: significa una casa su quattro. Nel solo capoluogo si stimano tra le 13 e le 16mila unità vuote, sfitte o da ristrutturare. Numeri che sembrerebbero smentire qualsiasi emergenza. E invece la spiegano. Perché dentro quella cifra convivono seconde case nei comuni turistici, appartamenti ereditati e mai rimessi sul mercato, immobili che richiederebbero interventi costosi, alloggi che restano chiusi per scelta prudente del proprietario.
Il risultato è un paradosso urbano: una città che fatica a offrire affitti accessibili mentre una parte consistente del patrimonio resta inutilizzata o congelata. Le case ci sono, ma non parlano la lingua della domanda attuale: piccoli tagli in affitto, canoni sostenibili, contratti stabili per chi si sposta per lavoro. E finché questo scarto resta irrisolto, il numero delle abitazioni vuote non è una soluzione, ma solo l’istantanea di un sistema che non si incrocia.

Per questo è inevitabile creare una fascia intermedia tra mercato puro ed edilizia popolare. In questo scenario il piano casa del governo può rappresentare un cambio di passo solo se saprà intervenire sull’offerta reale e non unicamente sugli incentivi generici. Se i fondi verranno tradotti in alloggi effettivi, con tempi certi e criteri mirati alla nuova domanda urbana. Perché il rischio è noto: finanziare senza incidere, costruire senza correggere lo squilibrio, sostenere la proprietà mentre la città chiede locazione.




