Mentre la provincia di Brescia fa i conti con le ondate di caldo torrido di questo 2026, la sfida diventa spiegare, misurare, capire a che punto siamo. Perché se è vero che in estate è normale che le temperature si alzino, non lo è che lo facciano così tanto.
Ci sono dunque dei dati oggettivi che mostrano quanto davvero fa più caldo rispetto al passato: li abbiamo analizzati qui.
Il professor Giacomo Gerosa è docente di micrometeorologia all’Università Cattolica. A lui abbiamo chiesto un commento all’analisi basata sui dati Copernicus.

Professore, suddividendo il territorio bresciano in 5 macro-aree omogenee si nota come la temperatura cresca in modo quasi omogeneo in tutta la provincia.
Confrontando due trentennali storici – la climatologia 1961-1990 e la media 2001-2025 – emerge un aumento secco della temperatura di circa un grado e mezzo. La suddivisione evidenzia una lieve variazione tra pianura, valli e aree alpine, con una forbice che oscilla tra +1,28° e +1,58°. Attenzione però a non farsi ingannare dall’esasperazione cromatica delle mappe: dal giallo delle vette al rosso intenso della pianura ballano appena 0,3 gradi di differenza. Il dato centrale è che abbiamo già superato la soglia critica di un grado e mezzo rispetto ai livelli pre-industriali, il limite fissato dall’Accordo di Parigi.
Una forbice tra 1,3 e 1,6 gradi può sembrare poca cosa. Che impatto reale ha però un riscaldamento del genere su un territorio eterogeneo come il nostro?
Ha un impatto enorme. Un grado e mezzo in più significa immettere una quantità mostruosa di energia in atmosfera. Questo altera i processi di circolazione dell’aria e di precipitazione. In pianura si traduce subito in meno acqua disponibile per le colture agricole. Inoltre, l’energia in eccesso genera fenomeni meteo estremi e molto più violenti rispetto al passato, aumentando il rischio di dissesto idrogeologico. C’è poi un effetto a «coperta corta»: il cittadino pensa di risparmiare sul gas in inverno, ma poi spende il doppio d’estate per i condizionatori.
Il riscaldamento ha più effetti in pianura o nelle valli?
La letteratura scientifica ci dice che l’aumento termico è più severo man mano che si sale di quota. Lo vediamo a livello planetario nelle zone artiche e lo osserviamo in verticale sulle Alpi: le valli e le alte quote sono territori fragilissimi. Immaginiamo una montagna come un cono: se la temperatura sale, le fasce di vegetazione slittano verso l’alto per cercare il fresco. Le specie che si trovano già in cima, però, non hanno più spazio per salire e vanno incontro all’estinzione. In uno studio che abbiamo condotto sulla Val Camonica, abbiamo previsto la scomparsa delle conifere entro la fine del secolo.
La Val Camonica rischia di perdere i suoi storici boschi di abeti?
Esattamente, cambierà completamente la faccia delle nostre montagne. Al posto delle conifere avremo faggeti e castagneti, specie più termofile che salgono dal fondovalle. Questa trasformazione non è indolore per l’economia e la sicurezza: l’espansione del castagno, ad esempio, rende i versanti montani estremamente più vulnerabili agli incendi boschivi, poiché il suo fogliame è altamente infiammabile. È un circolo vizioso che compromette la vivibilità e la stabilità del territorio.
Questo 2026 è iniziato con anomalie pesanti ad aprile e giugno. La climatologia non si misura sui singoli mesi, ma possiamo considerare questo caldo anomalo come un campanello d’allarme?
Certamente. Questa è una stagione eccezionale, che ricorda da vicino la storica estate del 2003. Dobbiamo essere chiari: una rondine non fa primavera e il singolo mese appartiene alla cronaca meteorologica, non al trend climatico stabilizzato. L’anno prossimo giugno potrebbe essere freddo. Tuttavia, questi mesi roventi sono a tutti gli effetti i «sintomi acuti» del cambiamento climatico. Non significa che ogni anno sarà così, ma queste esplosioni acute di calore saranno sempre più frequenti. Nel 2026 stiamo semplicemente assaggiando quello che diventerà la normalità nel nostro futuro.



