Opinioni

Esecuzione in diretta, è propaganda del sangue

Pete Hegseth ha annunciato la diretta streaming della fucilazione dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan, l’attentatore integralista islamico di Fort Hood: una celebrazione teatralizzata della forza bruta dello Stato
Nidal Malik Hasan, l'attentatore condannato a morte, e Pete Hegseth - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Nidal Malik Hasan, l'attentatore condannato a morte, e Pete Hegseth - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’America trumpista ha un nuovo beniamino: il boia. O, per meglio dire, vice-beniamino, dal momento che, nella visione del presidente, l’America non può avere altro idolo all’infuori di Donald Trump. E, così, uno dei vari vice-Trump, il segretario alla Guerra (il nome con cui è stato significativamente ridefinito il Pentagono) Pete Hegseth, ha annunciato per la giornata del 3 dicembre la fucilazione dell’ex maggiore e psichiatra Nidal Malik Hasan, l’attentatore integralista islamico di Fort Hood.

Fort Hood - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Fort Hood - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Una strage orrenda, beninteso, che ha visto la morte di 13 persone e il ferimento di una trentina, ma – viene da annotare – nemmeno il tempo di archiviare le immagini angoscianti di Christa Pike sopravvissuta in modo inusitato a due iniezioni letali che dagli Stati Uniti giunge la notizia della prossima esecuzione per fucilazione – approvata dal presidente – in diretta streaming. È da quasi un secolo che negli Usa non si svolgeva un’esecuzione pubblica, e viene difficile non pensare alla valenza elettoralistica di ciò che l’Onu ha etichettato come «una forma di tortura», alla vigilia di quel voto di mid-term che si dovrebbe tradurre, secondo i sondaggi, in un metaforico «bagno di sangue» per i trumpisti. Ed ecco, quindi, l’ennesimo tragico segnale propagandistico in una nazione nella quale la pena capitale continua a rivelarsi, per molti versi, alla stregua di un’oscena liturgia identitaria, priva di qualunque moralità (nonché, per inciso, di qualsivoglia efficacia).

E, nel caso di Hasan, primo militare statunitense che verrà giustiziato dal 1961, non si tratta appunto «soltanto» (per così dire) della persistenza di questa pratica sanzionatoria nell’ordinamento giudiziario della declinante prima potenza dell’Occidente. C’è un ulteriore «salto di qualità» – o, per meglio dire, nell’abisso – in questa messa in scena dell’esecuzione: la trasformazione del supplizio in uno spettacolo da prime time. Non sono stati ancora resi noti i dettagli tecnici (a partire dalla piattaforma), ma la convergenza tra il plotone di esecuzione, retaggio di un’aberrante concezione punitiva d’antan, e la grammatica della diretta televisiva (via web) rappresenta l’ennesimo punto di non ritorno nella relazione tra il potere e giustizia e quella logica dell’intrattenimento di cui Neil Postman aveva profeticamente intuito all’inizio degli anni Ottanta del Novecento il successivo dilagare totalitario e irresistibile.

In questa insistenza ossessiva sulla pena capitale, Washington continua a rivendicare una drammatica eccezione culturale rispetto alle democrazie liberali europee. Una certa «giustizia» politica americana rifiuta di emanciparsi dalla tentazione della vendetta, mascherandola da deterrenza giuridica. E, pertanto, quando la supposta funzione di deterrenza fallisce la sua missione, come le statistiche dei crimini continuano a dimostrare incontrovertibilmente, al sistema giudiziario non resta che sterzare nella direzione di una pura (e mostruosa) drammaturgia del castigo.

Ed è qui che si inserisce la «variazione sul tema» mediale. Michel Foucault ci ha mostrato che la modernità aveva progressivamente nascosto il corpo del condannato, trasferendo la punizione dalla sua ostentazione fisica alla rieducazione invisibile nel chiuso dell’istituzione totale. La società dell’iper-visibilità e del populismo digitale riporta il corpo sacrificale al centro della scena (mediatica) e lo offre al consumo dello sguardo collettivo. Mentre il passaggio dall’iniezione chimica – «asettica», medicalizzata, pensata anche per anestetizzare in qualche modo i sensi di colpa dell’opinione pubblica – al plotone di esecuzione ripreso dalle telecamere cancella ogni finzione di neutralità tecnica. E impone, attraverso la sua teatralizzazione, la celebrazione della forza (bruta e brutale) dello Stato.

Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, Università di Modena e Reggio Emilia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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