Da quando il voto per i candidati alle cariche pubbliche e per i loro partiti è diventato una sorta di sacramento – o uno dei sacramenti – dei nostri moderni sistemi politici, i papi si sono astenuti dal votare. Pur non facendo mistero delle proprie preferenze o avversioni politiche, non hanno mai espresso il proprio voto dopo l’elezione al papato: né nelle elezioni italiane, né – nel caso dei rispettivi pontefici – in Polonia per Giovanni Paolo II, in Germania per Benedetto XVI o in Argentina per Francesco.
La situazione è cambiata col primo papa dagli Usa. Il 29 ottobre, il quotidiano Chicago Sun-Times ha riferito che Leone XIV, ancora iscritto nelle liste elettorali dell’Illinois, ha richiesto una scheda per il voto per corrispondenza in vista delle elezioni di metà mandato. I responsabili degli uffici elettorali hanno confermato, come anche il Vaticano che il 30 ottobre ha comunicato: «Papa Leone XIV ha esercitato il proprio diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti, ogni volta che ne ha avuto la possibilità. La Sala Stampa della Santa Sede conferma che, in linea con questa consolidata prassi di partecipazione civica, il Papa ha inviato la propria scheda elettorale per posta a Chicago. Il Santo Padre ha inoltre confermato che, durante gli anni in cui ha risieduto in Perù, ha esercitato il proprio diritto di voto ogni volta che ne ha avuto la possibilità. Il Santo Padre esprime la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici».
Non si sa per chi abbia votato papa Leone, anche se molti la interpretano come una risposta a Trump. In passato, Prevost aveva votato anche per il partito repubblicano. In ogni caso, questa è una prima assoluta. Le questioni giuridiche – il papa può votare? Potrebbe, almeno in teoria, candidarsi a una carica pubblica in America? – non sono, in questo contesto, le più rilevanti. Il primo ordine di interrogativi riguarda i fattori che hanno reso possibile tale innovazione.

Il conclave del maggio 2025, che ha eletto Leone XIV – rompendo il tabù che rendeva impensabile l’elezione di un papa proveniente dagli Usa – è stato, tra le altre cose, una conseguenza dello sconvolgimento dell’ordine globale causato dal trumpismo. La decisione del papa di votare alle midterm può essere considerato un ulteriore effetto di tale dinamica. Dal 2015-2016, Trump ha violato e alterato il codice di condotta dei politici: c’è da chiedersi se non abbia spinto il papato a fare altrettanto.
Francesco aveva spinto al limite il raggio d’azione del pontefice in ambito politico, raggiungendo l’apice con la lettera inviata nel febbraio 2025 ai vescovi Usa in merito all’ordo amoris e le politiche sulla immigrazione. Si tratta di un ritorno al secolo XIX nel senso delle spinte a ridisegnare i confini dei rapporti tra Stato e Chiesa, tra Vaticano e politica: in questo caso, anche i confini del rapporto – cruciale per l’autocoscienza della Chiesa negli Usa – tra l’essere americano e l’essere cattolico.
La domanda qui verte su quale sia, per il cattolico americano Prevost, il ruolo dell’esercizio del ministero papale nel ridisegnare questi confini. Una seconda serie di interrogativi riguarda i possibili effetti. In passato, da quando le elezioni sono diventate il momento in cui la democrazia dà voce al popolo per la scelta dei propri rappresentanti, era impensabile che i papi partecipassero al voto, a causa della dottrina del non expedit – il rifiuto di riconoscere la legittimità del moderno processo politico democratico. La democrazia aveva infatti privato la Chiesa dei suoi diritti e delle sue prerogative di governo (esercitati direttamente, come nello Stato Pontificio, o indirettamente).
Oggi la Chiesa non rifiuta più di riconoscere la moderna democrazia secolare e non sconsiglia più ai cattolici di andare a votare; al contrario, incoraggia i cittadini a esercitare il proprio diritto di voto. La notizia che il papa vota potrebbe costituire un ulteriore incentivo a votare. Tuttavia, esistono dei rischi: è anche per questo che, finora, i papi non hanno mai partecipato alle elezioni politiche. È già iniziato il gioco dell’appropriazione di parte del voto del papa. Le schermaglie sui social media ne rappresentano solo la superficie.
Nella politica Usa, caratterizzata da una polarizzazione estrema, questo potrebbe incoraggiare il bipolarismo ossessivo che conduce alle scomuniche dell’altra parte politica: un fenomeno inscindibile da quell’industria che trae profitto dalle passioni identitarie. Il papa dovrebbe essere – e apparire – super partes, al di sopra delle fazioni; condizione incompatibile con l’esercizio del diritto di voto. Il papa non rivela per chi ha votato, e il fatto stesso che egli voti non fa che accrescere il velo di segretezza che lo circonda.
In America c’è una lunga storia di anti-cattolicesimo e anti-papismo che si nutriva di miti e leggende, ma era riemersa durante il pontificato di Francesco. «Il papa vota a Chicago» suona come il titolo di un opuscolo del Ku Klux Klan degli anni Venti del secolo scorso. Ci sono valide ragioni per sostenere che il conclave debba essere l’ultima votazione in cui il papa è chiamato a esprimersi nel corso della sua vita.
Dalla dichiarazione vaticana, pare non abbia votato alle elezioni politiche e presidenziali in Perù dell’aprile. Chissà se voterà anche per le elezioni a sindaco di Chicago a febbraio. Voterà alle presidenziali americane 2028? Nel mondo contemporaneo, una delle convinzioni una volta condivise dai cattolici era sulla necessità di proteggere l’autorità del papa dalle improprie politicizzazioni. Con la decisione del papa di votare per posta alle elezioni di midterm del 2026 si è varcata una soglia: segno di tempi straordinari.




