Con uno dei suoi consueti coups de theatre, Donald Trump annuncia un accordo con la Russia per l’immissione immediata nel mercato globale (e statunitense) di centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo a cui dovrebbero seguirne molte altre nei prossimi mesi. Questo quando solo poche settimane fa il Congresso approvava, e Trump ratificava, un nuovo round di sanzioni primarie e secondarie contro Mosca, con dazi del 500% per i beni importati e misure tariffarie punitive contro attori terzi che avessero acquistato petrolio o gas naturale dalla Russia.
Sulla carta, quello di Trump appare un contraddittorio voltafaccia, che genera diversi cortocircuiti. Ma di cui è in realtà facile individuare le motivazioni politiche e strategiche così come le evidenti spregiudicatezza e impudenza. L’obiettivo politico primario si lega ovviamente al ciclo elettorale in corso e al prossimo voto di midterm. Trump spera che l’annuncio possa avere un effetto sul prezzo del petrolio e dei suoi derivati, capace di giungere anche solo in piccola misura alle pompe di benzina. Su scala nazionale, il mitologico gallone di diesel costa circa 6 dollari e 30 (ma in realtà molto di più in tante aree metropolitane), quando era di 3 dollari e 50 a inizio anno. Un calo anche di soli pochi centesimi, sarebbe presentato dal presidente come la dimostrazione della bontà della sua decisione e di un’inversione di tendenza destinata a consolidarsi nei mesi e nelle settimane a venire.
Non è peraltro accidentale che contestualmente all’accordo siano ricominciati gli attacchi di Trump al Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, invitato esplicitamente a farsi da parte e a permettere l’avvio di un nuovo corso politico a Kyiv. Così facendo, Trump trasferisce le responsabilità per gli alti costi delle risorse energetiche dalla guerra con l’Iran a quella in Ucraina, da sé stesso a Zelensky. E rilancia una mediazione assai parziale nel conflitto russo-ucraino, basata sulla evidente disponibilità a fare ampie concessioni territoriali a Mosca. Riproponendo lo schema diplomatico con cui aveva avviato la sua presidenza e a cui aveva fatto seguito l’umiliazione pubblica di Zelensky alla Casa Bianca.
Negli Stati Uniti e all’interno dello stesso partito repubblicano si levano però voci fortemente critiche. Perché ampio rimane il sostegno all’Ucraina; e perché patente, e finanche eclatante, è la violazione delle prerogative di un Congresso le cui decisioni vengono infrante così sfacciatamente. Alcune delle sanzioni adottate meno di un mese fa rimangono in realtà in vigore; con una decisione unilaterale del Dipartimento del Tesoro, quelle, fondamentali, sul diesel vengono invece sospese fino al 7 aprile prossimo. Nell’iniziativa esecutiva di Trump ritroviamo quella (in)cultura istituzionale che ne ha spesso contraddistinto l’operato e qualificato l’autoritarismo. Quella indisponibilità a (e probabilmente incapacità di) comprendere quali siano gli equilibri tra i poteri nella democrazia statunitense e le prerogative di una presidenza forte, sì, ma non senza contrappesi.
A poco più di 20 mesi dal suo insediamento, Trump ha già promulgato un numero totale di ordini esecutivi superiori a quelli emanati da Obama o da George Bush Jr. in due mandati, con una media annua largamente superiore a quella di tutti i suoi predecessori dalla Seconda Guerra Mondiale. Un abuso sistematico del potere presidenziale, di cui anche questo ultimo accordo con Mosca ci offre un esempio. E a cui solo una sconfitta elettorale dei repubblicani in novembre potrà eventualmente mettere un qualche freno.




