Opinioni

La nuova legge elettorale e il prezzo delle preferenze

«Il momento più pericoloso per un cattivo governo è di solito quello in cui comincia a riformarsi», diceva Alexis de Tocqueville a metà dell’Ottocento
Damiano Palano

Damiano Palano

Editorialista

Il testo della legge elettorale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il testo della legge elettorale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Il momento più pericoloso per un cattivo governo è di solito quello in cui comincia a riformarsi», diceva Alexis de Tocqueville a metà dell’Ottocento. In un paese come il nostro, in cui neppure al più oscuro ministro viene negato l’onore di una riforma, quella vecchia massima può suonare come poco più di una banalità. Ma è inevitabile che la preoccupazione affiori dinanzi al progetto di riforma elettorale che la maggioranza di governo sta cercando di condurre in porto, in vista delle prossime elezioni. Come è noto, la proposta in discussione – battezzata Stabilicum dai promotori e Melonellum dai detrattori – prevede l’abbandono del sistema misto attualmente in vigore.

Inoltre comporta il ritorno a un sistema proporzionale con l’introduzione di un premio di maggioranza per la coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato). La finalità è quella di consentire che dalle elezioni emerga una maggioranza chiara e consistente, in grado di durare per l’intera legislatura. Come ogni sistema elettorale, anche questo comporterebbe un prezzo. Il più evidente sarebbe una riduzione della rappresentatività del Parlamento. Una coalizione con il 42% disporrebbe infatti della maggioranza assoluta dei seggi. Probabilmente questa distorsione risulterebbe minore rispetto a quella prodotta nel passato da altri sistemi (come il cosiddetto Porcellum o lo stesso Rosatellum). Ma è bene ricordare che questo risultato non sarebbe scontato. Qualora nessuna coalizione raggiungesse il 42% dei voti, il sistema si comporterebbe infatti come un proporzionale «quasi» puro.

La discussione della nuova legge elettorale è però al momento sospesa per consentire ai partiti di governo di trovare una posizione condivisa sulla questione delle preferenze. Originariamente le liste dei partiti dovevano essere bloccate. Fratelli d’Italia – forse per rispondere all’insidia del generale Vannacci (che invoca le preferenze) – invece punta ora a reintrodurre la possibilità per l’elettore di indicare uno o più candidati, mentre Lega e Forza Italia rimangono decisamente contrarie.

Schede elettorali - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Schede elettorali - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

La richiesta di reintrodurre le preferenze è diventata negli ultimi anni una sorta di bandiera. Da una parte c’è chi considera le liste bloccate come il simbolo di una democrazia incompiuta: se infatti i candidati e l’ordine in cui sono collocati in lista fossero stabiliti dalle segreterie dei partiti – sostengono i fautori delle preferenze – il Parlamento sarebbe composto solo da «nominati» dal vertice, e non da rappresentanti realmente scelti dagli elettori. Restituire ai cittadini la possibilità di esprimere delle preferenze rafforzerebbe invece il legame tra eletti ed elettori, migliorerebbe la rappresentatività del Parlamento e, forse, arginerebbe persino l’astensionismo.

Questo ragionamento ha senza dubbio delle basi reali. Con il voto di preferenza l’elettore contribuisce effettivamente a decidere quali candidati entreranno in Parlamento. Le liste bloccate attribuiscono questa decisione alle leadership dei partiti, rafforzando inevitabilmente il controllo dei vertici sull’organizzazione.

Ci sono però altri aspetti da non trascurare. Si tende a immaginare che, una volta introdotte le preferenze, tutti gli elettori scelgano il proprio candidato. In realtà non accade. Le ricerche comparative mostrano che solo una parte generalmente ridotta dell’elettorato utilizza il voto di preferenza. Molti cittadini continuano semplicemente a scegliere il partito. Anche per questo, è improbabile che, da sole, le preferenze possano ricostruire il rapporto tra cittadini e politica, o invertire la crescita dell’astensionismo.

Gli effetti più profondi delle preferenze non consistono tanto nel modificare il comportamento della maggioranza degli elettori, quanto nel cambiare gli incentivi dei candidati e dei partiti. Se l’elezione dipende anche dal consenso personale, il candidato sarà portato a costruire una propria rete territoriale, a investire nella visibilità individuale e, inevitabilmente, a competere anche con i candidati del suo stesso partito. In altre parole, le liste aperte aumentano la competizione intrapartitica e la personalizzazione della politica, più che la partecipazione degli elettori. Le preferenze produrrebbero un ulteriore effetto.

Se il parlamentare deve la propria elezione soprattutto al consenso personale raccolto sul territorio, diminuisce anche il suo grado di dipendenza politica dal vertice nazionale. La disciplina dei gruppi parlamentari tende ad affievolirsi, mentre aumenta l’autonomia dei singoli eletti. È un elemento tutt’altro che secondario. In un sistema come quello italiano, segnato da una lunga tradizione di trasformismo parlamentare e da partiti spesso fragili, una minore disciplina potrebbe persino tradursi in maggiori difficoltà nel mantenere coese le maggioranze e nel garantire la stabilità dell’azione di governo. Facendo di fatto riemergere quel problema di instabilità degli esecutivi che il consistente premio di maggioranza previsto dalla legge in discussione vorrebbe curare.

Il dibattito sulle preferenze è sicuramente importante e non può essere liquidato come irrilevante, ma le liste bloccate e le preferenze non rappresentano il bene e il male. Sono due strumenti che distribuiscono diversamente il potere: tra elettori e partiti, tra leadership nazionali e territori, tra disciplina e autonomia dei parlamentari.

Non è detto che – con o senza preferenze – la riforma promossa dalla maggioranza debba produrre un sistema peggiore di quello esistente. Ma nessuna riforma, come avvertiva Tocqueville, può eliminare i problemi. Spesso si limita a redistribuirli. Mentre cerca di risolvere alcune difficoltà, apre inevitabilmente altri fronti problematici. La domanda, allora, non è se le preferenze siano «più democratiche» delle liste bloccate, ma semmai se siamo consapevoli di determinati inconvenienti che entrambe le opzioni possono comportare. E quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenere determinati vantaggi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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