Le università sono luoghi di sapere e di formazione delle future classi dirigenti. Siamo portati a vedere chi ci lavora come delle persone rispettabili animate dalla volontà di trasmettere alle giovani generazioni il sapere da loro accumulato in anni di lavoro e di ricerca. E abbiamo ragione. Le università sono questo, o almeno anche questo. Il problema è che quest’immagine edulcorata degli ambienti accademici ci rende ciechi al fatto che non solo in Università le molestie e le violenze di genere esistono (come in ogni ambiente professionale), ma che l’Università è un luogo particolarmente propizio alle molestie e al loro occultamento istituzionale. Un’inchiesta negli Stati Uniti, rivela che solo le donne militari denunciano un livello superiore di violenze e molestie subite rispetto a quello delle donne accademiche. Quindi le università non sono moleste perché lo è la società (argomento dietro al quale molte università si nascondono), ma contribuiscono attivamente a creare una società molesta.
Perché dei luoghi di sapere si rivelano, in Italia e altrove, così propizi alle violenze di genere? Come diceva Michela Murgia: «Gli abusi sessuali non sono abusi di desiderio, ma di potere, nascono cioè in situazioni in cui il dislivello di forza del molestatore è tale che la donna che subisce la molestia rischia di più a parlare che a stare zitta». Questo è esattamente quello che accade in Università, specialmente in campi particolarmente dominati da professori ordinari uomini, come nelle discipline stem o in medicina (precisiamo che, tranne gli studi di genere, tutti i campi sono dominati da uomini, in proporzioni diverse).
Le università hanno strutture gerarchiche molto rigide all’apice delle quali si trovano dei professori uomini, bianchi, eterosessuali di una certa età. La carriera di una studentessa, dottoranda, specializzanda o giovane collega donna dipende interamente dalla relazione che intrattiene con questi uomini in posizione apicale. Loro possono aprire la possibilità di uno stage, di una borsa di dottorato, di una pubblicazione congiunta, di una promozione, di un concorso da aprire o meno. Questa struttura è in sé portatrice di abusi di ogni genere, sessuali e non (lavoro gratuito non pagato e non riconosciuto, per esempio, che riguarda anche i giovani uomini).
Nuove consapevolezze

Questa struttura di potere rende le denunce molto costose. Perché gli uomini al vertice fanno spesso blocco difendendosi gli uni gli altri. Perché i campi di specializzazione sono molto ristretti ed è spesso impossibile evitare di lavorare con il molestatore se questo ha una posizione importante nel campo. Perché le università spesso non hanno procedure efficienti che garantiscano chi denuncia che, quindi, si ritrova a dover dare un esame, discutere la propria tesi di laureo o di dottorato davanti al molestatore che ha denunciato. Molte donne davanti a una cultura accademica di questo tipo decidono per un’exit strategy. Una delle cause del cosiddetto «leaky pipeline» (ovvero la progressiva perdita di donne nel passaggio dagli studi, specialmente scientifici, alle posizioni di vertice) è proprio il fatto di sottrarsi ad un tale ambiente ostile.
Per generazioni le donne in Università, la sottoscritta inclusa, hanno sopportato abusi di potere e molestie. Per fortuna, le giovani donne di oggi, dopo anni di elaborazione femminista su cosa siano le molestie (che noi non sapevamo nemmeno riconoscere e nominare) e dopo #MeToo, non sono più disposte a tacere e a subire. Auspichiamo che le Università accolgano questa volontà di cambiamento, invece di cercare di metterla a tacere.
Le misure
Ovviamente combattere le molestie non è semplice, visto che è un problema intimamente legato alla struttura stessa dell’istituzione universitaria. Ci sono però delle misure già sperimentate altrove con successo alle quali ci si può ispirare.

Prima di tutto è importante agire sulla cultura istituzionale iscrivendo la lotta contro ogni tipo di violenza e di discriminazione nei principi dell’Università specificando che non saranno tollerati comportamenti violenti o abusanti. Questi principi, però, non devono rimanere sulla carta. Devono al contrario diventare politiche di prevenzione attiva. In alcune università, per esempio, studenti, professori e staff devono seguire delle formazioni obbligatorie sulle violenze di genere e sui comportamenti da adottare non solo per evitarle ma per sostenere chi le subisce. Dopo una tale formazione, il professore che nasconde propositi sessisti dietro il «era solo uno scherzo» non potrebbe più farlo pretendendo di non sapere cosa sta facendo. Dopo una tale formazione, studenti che assistono a molestie sulle compagne potrebbero sentirsi più abilitati ad intervenire.
Per permettere alla governance di venire a conoscenza di casi di abuso, i canali per segnalarli devono essere chiari, sicuri e conosciuti da tutte le componenti dell’università: corpo studentesco, corpo insegnante e personale tecnico. Questi canali devono essere gestiti da persone ad hoc con competenze sulle violenze di genere, non da professori che potrebbero essere autori di violenze o colleghi degli autori. Molto importante anche la possibilità di riferire ad entità esterne all’ateneo (in modo da fornire delle garanzie di non ritorsione). I canali di denuncia devono comportare opzioni di segnalazioni anonime (che non permettono necessariamente l’investigazione ma comunque di avere dei dati che orienteranno le politiche di prevenzione) e non.
Nel caso di una segnalazione non anonima, è fondamentale difendere chi si espone e che, come l’abbiamo detto sopra, rischia moltissimo. Alcune università hanno per questo introdotto la possibilità di avvalersi di misure temporanee durate l’inchiesta: autorizzare chi ha denunciato a cambiare supervisor, classe, studentato, di avere la possibilità di seguire le lezioni online, oltre che la garanzia di non essere esaminati dalla persona che hanno denunciato. Senza queste protezioni temporanee è praticamente impossibile che una vittima denunci in maniera non anonima. Nascondersi dietro la «presunzione di innocenza» per non mettere in atto queste misure transitorie risulta quindi, di fatto, in un’impossibilità di denuncia.
Le indagini
L’investigazione in molti casi è affidata ad organi esterni che non abbiano conflitti di interessi, anche se il tema è dibattuto perché a volte chi si occupa di queste inchieste non conosce l’università e i suoi meccanismi di funzionamento. Una volta stabilito ci sia stato un comportamento abusante o violento è importante che ci siano delle conseguenze che non possono essere solo simboliche. Anche quando il comportamento non rileva dall’ambito penale, l’istituzione deve sanzionarlo. Avere un comportamento integerrimo in materia di molestie e di discriminazioni dovrebbe essere un requisito per chiunque voglia fare carriera accademica, non un optional.
Insomma, la questione è complessa, ma delle soluzioni esistono. Persino l’esercito americano ci ha riflettuto dopo i dati catastrofici sulle violenze subite dalle donne militari. Le università, luogo della riflessione per eccellenza, se decidono che è una priorità, sapranno di sicuro trovare delle politiche effettive per combattere le molestie e le violenze che non solo sono inaccettabili ma allontano tanti talenti femminili dalla ricerca e la vita accademica.



