Ratko Mladic è morto, ma la sua infamia sopravvive in coloro che lo onorano, in Serbia e altrove. Seppellirla è d’altronde impossibile, perché la mole dei suoi crimini di guerra e contro l’umanità sarebbe incontenibile. Restano le fosse comuni che ordinò di scavare per il genocidio dei musulmani bosniaci d’Europa. Fu lui a comandare gli assedi delle città bosniache che caddero, come Žepa e Srebrenica, o che resistettero, come Goražde e Sarajevo, quest’ultima nel lungo assedio durato 1.479 giorni.
Lui comandava il poderoso arsenale dell’ex Armata Popolare Jugoslava, trasformata nel nuovo esercito serbo-bosniaco grazie a un’operazione di facciata concepita per garantire gli interessi espansionistici di Belgrado, mantenendo al contempo la finzione della separazione tra il regime serbo e l’autoproclamata «Republika Srpska», cardine dell’aggressione contro la Bosnia.
Questa operazione di cosmesi fu l’architrave della guerra contro la Bosnia, destinata a dissimulare, sotto la coltre dell’eruzione spontanea di un’indecifrabile e folle guerra civile, la pianificazione politica e militare di un’aggressione armata. L’interpretazione del conflitto come una guerra civile storicamente determinata, servì a generare inazione nei confronti di un evento che esigeva scelte d’azione e non la sua trasfigurazione, tanto meno in una mera questione umanitaria.

Solo un aiuto esterno avrebbe potuto modificare la sproporzione di forze tra aggressori e aggrediti, uno squilibrio che si rivelò decisivo, ma la cui correzione era invisa e persino impedita in Europa. Il tentativo di eludere questa realtà, reiterando l’autoinganno delle «fazioni in guerra», la frode burocratica del peacekeeping e l’imparzialità a danno dei più deboli, è ormai ampiamente documentato.
Fu un disastro i cui semi erano stati gettati con le decisioni di minacciare senza alcuna intenzione di agire, di dispiegare forze senza intenzione di impiegare la forza. Queste decisioni concorsero al fallimento morale e al genocidio in Europa. Non si tratta soltanto del fatto, pur capitale, della «spavalda astuzia del male e l’inerme cecità del bene», come ha scritto Paolo Rumiz con parole toccanti e degne.
Le dinamiche della guerra combattuta da Mladic contro la Bosnia, così come il loro occultamento, si riflettono in una strategia criminale praticata attraverso l’annientamento della popolazione definita ostile, ossia quella musulmana. Oltre alla conquista territoriale, lo scopo era sopprimere la società bosniaca in quanto tale. Se, come pensava Raymond Aron, la coppia Ludendorff–Hitler ha conferito un significato preciso a ciò che s’intende per «ostilità assoluta», così fu per la coppia Mladic–Karadžic, sdoppiata espressione del presidente serbo Slobodan Miloševic.

Alla base di questa ostilità vi fu la rappresentazione dei musulmani come «nemici naturali». Sostituendo l’etnia alla razza quale soggetto della storia, essi designarono le proprie vittime come nemici transstorici. Questa ostilità, e questa soltanto, è l’ostilità assoluta, perché conduce logicamente al massacro o al genocidio.
Mladic parlava di «spazio vitale» e la sua lugubre geopolitica da incubo, fondamento dei progetti della «grande Serbia», assunse dapprima il tipico tono persuasivo, poi quello della propaganda e infine la dimensione criminale. Quanto al popolo serbo, pensato come complice necessario dagli strateghi del terrore in Bosnia, esso non conserva soltanto la memoria di eminenti figure poste a difesa della civiltà.
Possiede tuttora anche voci alte nella denuncia della perversione nazionalistica dell’identità personale che, in quanto tale, costituisce sempre una minaccia per i progetti del nazionalismo integrale come quello praticato da Mladic. Voci come queste, se udite con forza, sabotano la funzione latente di quella perversione: sostituire la solidarietà sociale tra persone legate da una comunità di vita con un progetto politico mortifero, che prospera sul pregiudizio etnico e sull’odio nazionalistico.
Mladic e i suoi complici hanno inflitto in Bosnia l’ennesimo sfregio all’immaginazione di Kant, all’idea che «nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi ostilità tali da rendere impossibile la fiducia reciproca nella pace futura». La difesa della Bosnia è stata una causa fallita per l’Europa, al tempo stesso pragmatica e ideale. Racchiudeva in sé un impegno morale e un interesse alla difesa dell’ordine europeo.
Oggi lo specchio della Bosnia restituisce l’immagine dell’Europa nello sforzo di costruire un nuovo spazio di difesa collettiva, di fronte a una nuova aggressione. Se ci sarà, esso dovrà proteggere quei valori annichiliti dalla politica di potenza e traditi dall’inazione contro quel nazionalismo che, scriveva Pasolini, «sbianca di furore nevrotico».




