Srebrenica 29 anni fa macchia sull’europa

l’11 luglio del 1995 il massacro di ottomila musulmani bosniaci: il più grave eccidio sul suolo del nostro continente dopo la seconda guerra mondiale
Soldati durante il conflitto nell'ex Jugoslavia - © www.giornaledibrescia.it
Soldati durante il conflitto nell'ex Jugoslavia - © www.giornaledibrescia.it
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Le immagini terrificanti delle devastazioni in corso nello scontro tra Ucraina e Russia, in cui le ambizioni imperiali di Putin si assommano a tensioni e contrasti di lontana ascendenza tra i due Paesi, dicono di una tragedia - la guerra entro i confini dell’Europa - fino a ieri impensabile.

Soprattutto dopo il crollo dell’Unione Sovietica con la fine della contrapposizione tra blocchi ostili vincolati da una reciproca deterrenza. Bombardamenti sulle città, deportazioni di donne e bambini, massacri perpetrati in villaggi interamente distrutti: un carico immane di dolori e sofferenze. Tutto questo ci angoscia e ci fa inorridire.

Soccorritori all'ospedale di pediatrico di Okhmatdyt, colpito l'8 luglio da missili russi - Foto Ansa/Stefano Antichi/Terres des Homme © www.giornaledibrescia.it
Soccorritori all'ospedale di pediatrico di Okhmatdyt, colpito l'8 luglio da missili russi - Foto Ansa/Stefano Antichi/Terres des Homme © www.giornaledibrescia.it

La storia dunque nulla insegna e non impedisce il ripetersi di drammi inenarrabili quanto ai costi umani e in termini materiali. Sta avvenendo in Europa, la terra del logos, della civilizzazione cristiana, dei lumi, ed è già avvenuto. Ricorre l’11 luglio l’anniversario del massacro consumato nel 1995 a Srebrenica, il più grave eccidio sul suolo del nostro continente dopo la seconda guerra mondiale.

Un eccidio avvenuto in presenza del contingente olandese dei caschi blu dell’Onu che avrebbe dovuto garantire l’incolumità della popolazione, ma che in realtà non fu in grado, o non volle, scongiurare le uccisioni di massa, lo sterminio, di oltre ottomila musulmani in gran parte adolescenti e uomini separati dalle loro donne, portati nei dintorni della città, trucidati e sepolti in fosse comuni.

Per Srebrenica un macabro primato, - la contabilità dei morti - nella topografia dell’accanimento bellico e della violenza nell’ex territorio Iugoslavo, l’esito truce della guerra etnica e del ritorno di una mai sopita ideologia nazionalistica.

Sarajevo bombardata durante il conflitto - © www.giornaledibrescia.it
Sarajevo bombardata durante il conflitto - © www.giornaledibrescia.it

Tutto ha inizio alla fine degli anni ’80 del secolo scorso quando, dopo la repressione attuata dai vertici politici serbi in Kosovo nei confronti del tentativo di indipendenza da parte degli albanesi, la Bosnia-Erzegovina diventa il principale teatro di guerra. I tre leader dei partiti etnici presenti nel paese – Izetbegović, Karaždić, Boban - devono infatti misurarsi col fallimento del progetto di “cantonizzazione”, fatto proprio dalla comunità internazionale con il piano Vance-Owen. L’arrivo dell’Unprofor - le forze di protezione delle Nazioni Unite - a Sarajevo nel 1992, e il riconoscimento dello stato bosniaco da parte della Comunità europea, nonché degli Usa, non impediscono lo scontro armato.

Esso inizia in primavera, all’indomani della proclamazione della Repubblica serba della Bosnia-Erzegovina. Sarajevo è messa sotto assedio dai franchi tiratori e dai mortai serbi, nel quadro di una virulenta campagna islamofobica tesa all’annientamento della comunità musulmana: un processo di brutalizzazione ispirato all’idea della «Grande Serbia» e teso ad eliminare i «turchi di Bosnia»: 35.000 morti e 420.000 profughi. A questo si accompagnano le mire annessionistiche croate nei confronti dell’Erzegovina occidentale, che si traducono in ripetuti massacri di civili determinando la ritorsione bosgnacca nei confronti dei croati.

Tutte le parti in conflitto si macchiano di efferati crimini contro l’umanità. Nel 1993 Srebrenica - nella città vivono circa 60.000 persone - viene messa sotto assedio, privata di cibo ed elettricità, nonostante l’Onu la proclami «zona di sicurezza». Le forze della Repubblica serba della Bosnia Erzegovina sotto il comando di Ratko Mladic, violando gli accordi internazionali, decidono di occuparla e di procedere allo sterminio.

La passività dell’Unprofor, la connivenza dei comandi dei caschi blu con le autorità serbe lasciano campo libero a quello che sentenze della Corte internazionale di giustizia del 2007 e del Tribunale penale internazionale definiscono «un vero e proprio genocidio», cioè un’iniziativa con il preciso obiettivo di distruggere l’intero gruppo etnico musulmano.

Il colonello Thom Karremans, il comandante del battaglione olandese delle Nazioni untite a Srebrenica - Foto Ansa/Ed Oudenaarden © www.giornaledibrescia.it
Il colonello Thom Karremans, il comandante del battaglione olandese delle Nazioni untite a Srebrenica - Foto Ansa/Ed Oudenaarden © www.giornaledibrescia.it

Non solo: la Corte suprema dell’Aia ha riconosciuto come complici i caschi blu rei di non aver protetto i bosgnacchi dall’aggressione serba, tanto più ignobile e abietta per aver provocato stupri di massa come arma di guerra: la bestializzazione dell’essere umano e il corpo femminile da esibire come trofeo della superiorità serba sulla inferiorità musulmana.

Non solo in Ucraina, ma pure mesi fa in Israele e oggi a Gaza, tutto questo orrore si ripete.

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