C’è chi dice di odiare l’Europa: la minaccia per il Vecchio continente

La Russia è tornata ad essere nuovamente percepita come una minaccia, così come gli Usa che ci avevano sino ad ora garantito sicurezza e protezione militare
Il presidente russo Putin e quello americano Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente russo Putin e quello americano Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La guerra, ormai è evidente, non è più, per noi europei, qualcosa di lontano, un castigo che tocca ad altri e colpisce in altre latitudini. L’infezione diffusasi con l’invasione dell’Ucraina è ormai arrivata a mettere in dubbio le sicurezze di un continente che sino a qualche anno fa si riteneva immune da catastrofi belliche. Non solo la Russia è tornata ad essere nuovamente percepita come una minaccia, ma, e sembra un incubo, è diventata tale anche la potenza che ci aveva sino ad ora garantito sicurezza e protezione militare.

Non ce ne siamo ancora resi pienamente conto, ma l’intero governo degli Stati Uniti a cominciare dal Presidente, non qualche frangia estremista, ha dichiarato, in modo platealmente esplicito, per la prima volta nella sua storia, di odiare l’Europa. Non vuole prenderne le distanze, come è già avvenuto in passato, ma al contrario intende punirla e possibilmente sottometterla economicamente e se possibile politicamente. Ci troviamo nel bel mezzo di un tunnel distopico tanto che se qualcuno ci dicesse che Trump e Putin si stanno accordando per spartirsi il continente europeo, magari lasciando Taiwan alla Cina, oggi non ci sembrerebbe più un thriller di fantapolitica, ma uno scenario tutto sommato plausibile. Si tratta di un contesto che per noi europei si presta ad almeno due diverse considerazioni.

La prima, la più ovvia, è quella che riguarda l’ormai nota e decisamente datata insipienza delle classi dirigenti europee che, complice un’opinione pubblica anestetizzata dalla secolare frammentazione nazionale, ha impedito la formazione di un progetto nazionale europeo, costringendoci a rimanere un coacervo di nazioni separate, fragili vasi di coccio in un mondo in cui i vasi di ferro delle superpotenze aumentano invece di diminuire. Non credo ci sia qualcuno che si illuda sulla efficacia della deterrenza prodotta dall’aumento, in ordine sparso, delle spese per gli armamenti dei singoli Paesi europei, utile soprattutto a confermare la scelta del nazionalismo pigmeo.

La seconda riflessione indotta da questo scenario bellicista, riguarda l’impatto prodotto dal lento, ma continuo, adeguamento all’immaginario bellico. Cosa risponderemmo ad un ingenuo extraterrestre che ci chiedesse come mai i Paesi europei non si uniscono, dato che solo così potrebbero trasformare le loro modeste risorse nazionali in una potente strumentazione per la deterrenza bellica e per la difesa dei valori della democrazia? La replica risulterebbe incomprensibile e forse un po’ comica.

Il Parlamento europeo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il Parlamento europeo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Si potrebbe dire che la ragione è dovuta ad un virus, diffusosi nel XIX secolo, chiamato nazionalismo che è riuscito a insinuarsi nella testa delle persone convincendole che lo Stato-nazione non è uno strumento politico transeunte, nato per migliorare le condizioni di determinate comunità di umani, ma una divinità a cui siamo pronti a sacrificare il benessere e i diritti degli individui di quelle comunità. La nazione europea, potrebbe garantire condizioni di vita e di sicurezza decisamente migliori, ma non può avviarsi perché quel virus continua a far credere alla maggior parte dei 450 milioni di europei che la propria nazione è sacra e deve rimanere così com’è. Cosa nutre quel virus più di ogni altra cosa? La guerra e prima ancora il pericolo di guerra.

Certo nessuno la vuole. Ci mancherebbe, ma un po’ alla volta si comincia a compulsare il regolamento per sapere chi sono gli arruolabili in caso di conflitto, si pensa ai kit fai da te per le emergenze causate da attacchi nemici, sale il prezzo delle case con i rifugi atomici, ci si abitua alla presenza sempre più pervasiva di alti ufficiali in tv, alla radio o nei social. Parlare di guerra, pensare la guerra, organizzare la guerra è da sempre un modo per alimentare le culture politiche nazionaliste. È nel brodo di coltura delle ansie e dei rancori creato dal timore della guerra che il messaggio disciplinante del sacrificio dei diritti sociali e individuali a vantaggio dell’interesse supremo della nazione, incontra minori resistenze.

L’aveva perfettamente capito Enrico Corradini, padre del nazionalismo italiano, quando, nel 1910, aveva sostenuto che la guerra per i nazionalisti «non è un precipitarsi alle armi, non è un’ingenuità poetica, profetica, ma un ordine morale. Noi insomma proponiamo un metodo di redenzione nazionale e con un’espressione estremamente riassuntiva la chiamiamo necessità della guerra. La guerra è l’atto supremo, ma l’affermare la necessità della guerra comprende il riconoscere la necessità di preparare la guerra e del prepararsi alla guerra, cioè comprende un metodo tecnico e un metodo morale. Un metodo per creare la ragione formidabile e ineluttabile della necessità della disciplina nazionale».

Oltre un secolo dopo, allora, in questo clima disciplinante, chiediamoci come risponderebbero i cittadini alla domanda se, viste le incombenti minacce, sia o no più funzionale avere un leader solo al comando che ci eviti le «pastoie» della democrazia.

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