Trump e Ucraina, il fascino indiscreto del potere brutale

Il mondo intellettuale e lo scivolamento verso la riscoperta del realismo, con conseguente ammainabandiera dell’ideale rappresentato dal ripristino delle regole del diritto internazionale
epa11945951 US President Donald Trump in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA, 06 March 2025. Trump signed executive orders to pause tariffs on USMCA trade from Canada and Mexico until 02 April 2025. EPA/AL DRAGO / POOL
epa11945951 US President Donald Trump in the Oval Office of the White House in Washington, DC, USA, 06 March 2025. Trump signed executive orders to pause tariffs on USMCA trade from Canada and Mexico until 02 April 2025. EPA/AL DRAGO / POOL
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Si sarà certo notato come, con il passare del tempo, il flusso continuo del dibattito pubblico e in particolare quello nei circuiti degli opinionisti abbia trasformato l’immagine della posizione di Donald Trump sull’Ucraina. Molti, non tutti, di coloro che la esecravano come «inaccettabile e irricevibile» la considerano oggi «sbagliata, ma comprensibile». Chi segue i media sta infatti trovando, da qualche giorno – soprattutto dopo il disastroso incontro, alla Casa Bianca, del Presidente americano con Zelensky – un profluvio di espressioni come «fa l’interesse del suo Paese», «è franco e diretto», «in fondo fa quello che dice», «ha le idee chiare» e così via.

Se per la classe politica, l’adeguamento del lessico fa parte del gioco dell’incessante posizionamento in funzione dei sondaggi elettorali, la questione si fa più interessante e meno ovvia per il mondo intellettuale che è alla ricerca dei nuovi parametri per venire a patti con l’inedita situazione. Inutile dire che stiamo parlando di immagini, simboli, che tuttavia, lo sappiamo, non di rado sono politicamente più efficaci dei fatti concreti. Gli intellettuali, dall’affare Dreyfus in poi, sono un’ottima antenna per captare i segnali di fondo degli scenari che danno forma alle epoche storiche. D’altronde il loro obiettivo è quello di plasmare immaginari collettivi proponendo soluzioni, o quanto meno spiegazioni, alle «crisi» di volta in volta in atto.

L’intellettuale opinionista, in altri termini, si nutre di crisi senza le quali perderebbe visibilità e significato. Si potrebbe arrivare a dire che se non ci fossero le crisi non ci sarebbero intellettuali, ma solo scrittori, artisti, professori, politologi, giornalisti, filosofi, storici, ecc. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, all’interno della variegata galassia degli opinion-makers, di fronte all’inedito asse Trump-Putin, è lo scivolamento verso la riscoperta del realismo, con conseguente ammainabandiera, data l’impasse militare in Ucraina e la situazione a Gaza, del vessillo del grande ideale, rappresentato, in questo caso, quanto meno, dal ripristino delle regole del diritto internazionale.

In realtà, va detto, a scanso di equivoci, che tale «adeguamento» non ha a che fare con l’opportunismo dei voltagabbana, ma ci mostra qualcosa di più profondo. Si tratta del fascino, inconfessabile, suscitato da quei leader che appaiono capaci di imporsi in modo netto e brutale per dare forma ad un nuovo scenario politico. Sentimenti simili si ebbero in Europa di fronte al cinismo di Bismarck che, falsificando documenti per spingere la Francia alla guerra, impose l’egemonia continentale della Germania mediante quella che allora venne definita Realpolitik, prontamente contrapposta a quella che veniva considerata l’ormai inefficace ed evanescente Idealpolitik dei liberali i cui valori, imperniati su parlamentarismo e illuminismo, non erano riusciti ad unificare lo Stato tedesco. Bismarck invece l’aveva fatto, grazie all’uso della forza militare e della superiorità economica, tecnica e amministrativa, rimanendo completamente indifferente agli ideali, sino allora prevalenti, del liberalismo e della libertà di commercio.

Tutto questo non solo ebbe successo, ma si avviò a diventare, sull’onda dell’adeguamento del pensiero degli intellettuali europei, molto «moderno», cool, come si direbbe oggi, facendo indietreggiare l’intero immaginario liberale con tutto quello che comportava in termini di ripresa dei valori autoritari. Non diverso fu il fascino esercitato in Italia, ma anche in diversi Paesi europei, da Mussolini la cui azione brutale venne compresa e giustificata, anche da molti futuri antifascisti, in nome della necessità di ripristinare l’ordine e la lotta al bolscevismo. Quando una drastica e persino violenta azione politica di un leader ha successo, da una parte attira coloro che scelgono sempre di salire sul carro del vincitore, chiunque esso sia, dall’altra, però, teniamone conto, fa nascere una nuova weltanschauung. Oggi stiamo tutti lentamente diventando più attenti, se non simpatetici, alle parole d’ordine dell’azione risoluta. È una china pericolosa in termini di capacità di difesa dei diritti e delle libertà, ma che forse potrebbe rivelarsi utile per spingere le balbettanti e inadeguate classi dirigenti europee, per reazione alla sfida degli uomini forti e sempre più morbosamente «attrattivi» (Trump, Putin, Xi), verso l’unico, sensato, obiettivo politico di questo secolo: gli Stati Uniti d’Europa.

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