Opinioni

Draghi, profeta dell’Europa ridestata da guerre e dazi

L’ex primo ministro ha ricevuto il premio Charlemagne ad Aquisgrana. «Dobbiamo rispondere alla fiducia dei cittadini europei con coraggio», ha detto
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

Mario Draghi alla cerimonia per il premio Charlemagne - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Mario Draghi alla cerimonia per il premio Charlemagne - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Desidero ringraziare la mia famiglia e in particolare mia moglie per il sostegno che mi ha dato durante tutta la mia vita». Gli applausi scrosciano nell’austera sala del municipio di Aquisgrana. Lei, Maria Serenella Cappello, seduta in prima fila, sorridente e con l’espressione di chi non se lo aspettava, si alza, leva il braccio in segno di riconoscenza.

Il marito prosegue con omaggi alle tante autorità presenti. Tra questi: precedenti vincitori del prestigioso premio quali Junker e Trichet, le presidenti in funzione von der Leyen e Lagarde, nonché i premier in carica Merz e Mitsotakis. In precedenza, proprio questi ultimi due avevano preso la parola per ripercorrere, tra altre considerazioni sull’Europa di oggi, il cursus honorum del premiato. Merz lo ha presentato come chi ha «salvato l’euro», e oggi indica la strada per evitare il declino europeo. Mitsotakis ne ha ricordato il contributo per evitare il collasso dell’Eurozona durante la crisi del debito greco.

Sa di amaro constatare come tra tanti leader europei, ex o in carica, non ci sia stato un italiano né presente, né tanto meno a prendere la parola o a rilasciare qualche pensiero in proposito. Nemo profeta in patria vale anche per quel grato marito, al secolo Mario Draghi, fresco di cotanto premio, il Charlemagne.

«Non sosterrò che ciò che attende l’Europa sia semplice». Così l’esordio di un discorso, appunto irto dei tanti problemi interni ed esterni cui l’Ue dovrà far fronte in un futuro cominciato già da qualche anno. Come dire: il tempo ci sfugge di mano, gli eventi corrono, ma noi se non siamo al palo, ci muoviamo con troppa lentezza. Non riusciamo a tenere il passo con gli Stati Uniti, con la Cina e, anche l’Ucraina ci sopravanza. Perché questo martoriato Paese, aggredito da un Golia deciso a impossessarsene nel volgere di pochi giorni e farselo vassallo, proprio per sopravvivere, ha trovato la forza di progettare nuovi sistemi di difesa.

Ci ha mostrato come quella moderna dipenda «anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente le tecnologie civili». Non potendo produrseli in casa, lo fa fare agli alleati europei. Così «la cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente», e si compiono i primi passi di produzioni integrate in Europa.

Snocciola numeri sorprendenti. Sono più di 160 gli «accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte firmati dopo l’invasione russa». Ancora una volta, resta da commentare, deve essere una guerra a trainarci nell’integrazione. Questa integrazione dell’industria della difesa, indotta dall’Ucraina, risolve solo una piccola parte del problema. Draghi ci avverte come la visione (trumpiana) della sicurezza in Europa non debba essere vista come un pericolo. È, piuttosto «un necessario risveglio». È una chiamata per «acquisire maggiore autonomia», perché con essa «verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche».

Ma più del commercio estero, ciò su cui dobbiamo puntare è il mercato interno. Ancor troppo frammentato. In quest’epoca di protezionismi (dazi americani) e di restrizioni alle esportazioni (terre rare cinesi), da lì possiamo trarre la maggior forza per la crescita. Nell’Ue i gradi di integrazione differiscono tra Paese e Paese, ma se tutti si avvicinassero al livello più alto, «i guadagni di benessere a lungo termine potrebbero superare il 3%, circa quattro volte l'impatto sulla crescita previsto da dazi americani più elevati».

I cittadini europei, ha concluso, vogliono una Ue a difesa della «loro libertà, prosperità e solidarietà», mentre continuano a sostenerne, con passione, i valori. «Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio». Se non profeta nella patria Italia, Draghi lo è nella patria Europa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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