Chissà se davvero ci sarà questo incontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump al prossimo G20 di Miami dove il presidente americano ha invitato anche Putin. Trump ha fatto intendere che con Meloni potrebbe avere un rendez-vous pur avendola non tanto tempo fa costretta ad una secca e dignitosa risposta alle frasi offensive che il presidente americano le aveva rivolto, irritato per «la sua scarsa collaborazione» nel golfo di Hormuz. È sicuro che la premier abbia ormai capito che del capriccioso imperatore di Washington non bisogna mai fidarsi, né quando elogia né quando striglia, e soprattutto non quando promette qualche cosa: ciò che è vero al mattino potrebbe non esserlo più in serata.
Anche sulla base di questo Meloni ha tenuto in più occasioni a marcare una distanza come è successo di recente quando l’Italia ha sottoscritto insieme agli altri Paesi europei la difesa della Corte Penale Internazionale attaccata e minacciata dagli Usa dopo che il Nobel per la Pace è stato conferito alla giudice Navi Pillay, autrice del rapporto Onu su Gaza («genocidio»). Questa firma sul documento è un altro atto che dimostra come nel tempo e con l’esperienza l’europeismo di Meloni si sia approfondito, sia pure sempre con il piglio di chi dice – come ha fatto ieri in Assolombarda – «che non andiamo a Bruxelles per dire sempre sì».
Però è un fatto che l’Italia si è riposizionata, ha abbandonato l’acerba intenzione di fare da ponte tra gli Usa e la Commissione europea e ha rinsaldato legami europei che hanno anche portato risultati: le ultime determinazioni europee sulla lotta alla migrazione illegale in buona parte è stata ottenuta per le pressioni degli Ecr, il gruppo di FdI a Strasburgo. Naturalmente la prudenza di questa posizione che resta un po’ «in mezzo al guado» la si è vista in maniera eloquente quando Meloni ha rinunciato senza motivi incontestabili a partecipare e a parlare all’ultima assemblea dell’Onu dove Trump ha fatto il solito discorso da tardo pomeriggio al saloon e Netanyahu è stato lasciato quasi solo a parlare nell’aula del Palazzo di Vetro.

Meglio evitare, insomma: c’è chi ha criticato questa assenza diplomatica e chi invece, per esempio alla Farnesina, ha tirato un sospiro di sollievo. Di sicuro farsi vedere mentre si sta dalla parte di Trump fa perdere voti alle prossime elezioni. E poi l’Italia condivide lo sconcerto dell’Europa rimasta spiazzata dall’annuncio dell’accordo energetico Trump-Putin e dalla delegittimazione di Zelensky. La risposta però è stata ferma: «Sull’Ucraina non si cambia».
Ora in Europa Meloni continua a chiedere maggiore flessibilità nei conti pubblici non solo per il riarmo ma anche per l’energia, e combatte per una suo vecchio cavallo di battaglia: il sostanziale abbandono degli Ets, i titoli del mercato della CO2 finalizzati a ridurre l’inquinamento ma considerati ormai un peso per la competitività delle aziende. Tutto ciò è evidente agli occhi di tutti in questo principio d’autunno del 2026, ma non possiamo sapere come evolverà l’anno prossimo quando andremo alle urne in decine di milioni in Europa e dove tutti si aspettano un’ondata di destra rispetto al quale Meloni rappresenterà l’ala moderata e «governista».




