Che i giovani africani ogni tanto si facciano sentire, è ormai cosa nota. Ma che a farlo siano i mauriziani, un po’ sorprende. Le isole Mauritius, indipendenti dal Regno Unito dal 1968, sono considerate un modello di stabilità. E tali dovrebbero rimanere nell’immaginario collettivo, vista la loro importanza come meta turistica. Un brutto colpo, dunque, sono stati i disordini scoppiati nella notte fra il 12 e 13 ottobre: blocchi nelle strade, attacchi alle stazioni di polizia, incendi di auto. E, anche se ora la situazione sembra essere sotto controllo, resta l’amaro in bocca perché – come scrive l’opinionista Véronique Papillon sul sito Le Mauricien – «la violenza è il sintomo di una società che non sta bene». Le proteste contro il carovita, aggravato dal rincaro dei carburanti dovuto alla guerra nel Medio Oriente, e per il razionamento dell’acqua, si sono sommate a quelle per le discriminazioni che continuano a subire i creoli, cioè i discendenti degli schiavi portati sull’isola dai coloni francesi.
Sono temi che stanno mettendo in subbuglio anche Kenya, Tunisia e Senegal. «Ruto se ne deve andare», urlano i kenyoti. A scatenare la loro rabbia sono stati il disegno di legge finanziaria, e la decisione dell’Autorità di regolamentazione dell’energia e del petrolio (Epra), di aumentare i prezzi di vendita al dettaglio del carburante: la super è aumentata di 12,93 scellini al litro, il diesel di 9,90 scellini, il cherosene di 28,49 scellini. Anche l'Associazione dei Proprietari di Matatu ha aumentato le tariffe del 10%. «L’attuale costo del carburante è insostenibile e grava sui pendolari, sulle piccole imprese, sui produttori, sugli agricoltori, sui trasportatori e sulle famiglie. Gli elevati costi del carburante e dell’energia per la produzione fanno aumentare il prezzo dei beni di prima necessità e minacciano i posti di lavoro e la sostenibilità delle imprese», ha dichiarato l’attivista Nyanjom Joshua, in un comunicato stampa, ripreso dal quotidiano «The Star».

Riuniti nel Movimento Paza Sauti (in swahili: Alza la voce), giovani, piccoli commercianti, docenti universitari, gruppi vari della società civile, sono scesi in piazza chiedendo di rivedere le imposte sui prodotti petroliferi. Hanno anche accusato il governo di corruzione e di rispondere alle proteste con la repressione, come ha denunciato anche Amnesty International. Lo hanno fatto il 23 ottobre, in occasione del 63esimo anniversario della «Giornata degli Eroi» (Mashujaa Day); nata come festa nazionale per il «Padre della Patria») Jomo Kenyatta, oggi è dedicata a tutti coloro che hanno dedicato la loro vita a far nascere un Kenya moderno.
La tensione è alta anche in Tunisia. I manifestanti del 17 ottobre – varie organizzazioni sindacali, forze politiche e associazioni per la difesa dei diritti civili, denunciavano, non solo l’aumento del costo della vita, ma anche l’erosione dei diritti civili, a seguito della svolta autoritaria del presidente Kais Saied. Il 22 ottobre, ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia a Ettadhamen, periferia della capitale tunisina, e a Jebiniana e Agareb, nel sud del Paese. A Gabès, il 21 ottobre, la popolazione ha scioperato contro l’inquinamento causato dall’impianto chimico statale gestito dal gruppo Tunisian Chemical Group, un centro produttivo di fosfati situato proprio di fronte al porto, luogo privilegiato per la pesca. In sciopero, il 23 ottobre, anche gli studenti degli istituti superiori di Sfax per la morte di un loro compagno a causa di un problema cardiaco. «Mancano ambulatori permanenti nelle residenze universitarie», scrive il sito indipendente Ultrasawt Tunisia.
Si è concluso il 23 ottobre lo sciopero generale di tre giorni che ha interessato il Senegal, indetto dal Fronte Sindacale per la Difesa del Lavoro. Hanno aderito insegnanti, sanitari, panettieri, perfino i lavoratori della Senelec, l’Azienda erogatrice dell’elettricità. Sul piatto, il potere d’acquisto eroso dall’aumento del costo della vita, ma anche licenziamenti ritenuti ingiusti, e il timore di essere esclusi dall’elaborazione della riforma del Codice del lavoro e della Previdenza Sociale. Ma, sulla popolazione, grava anche la «tempesta» che ha investito il Paese. La revisione dei conti pubblici ha rivelato un debito estero non dichiarato, di circa 6 miliardi di euro, accumulato tra il 2019 e il 2024, che ha provocato la sospensione immediata dei prestiti del Fondo monetario internazionale (Fmi) e un forte calo del rating creditizio e degli investimenti. In disaccordo su come affrontare il debito, il presidente Bassirou Diomaye Faye ha destituito Ousmane Sonko dalla carica di primo ministro; quest’ultimo, fattosi nominare presidente del parlamento, si comporta ora da oppositore.




