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Lucescu: puntiglioso didatta del calcio, suo lavoro e sua passione

Egidio Bonomi
Colto, garbato, generoso: i bresciani hanno avuto modo di apprezzarlo, ricambiati, durante e dopo la sua esperienza alla guida della squadra della città
Mircea Lucescu e Gino Corioni © www.giornaledibrescia.it
Mircea Lucescu e Gino Corioni © www.giornaledibrescia.it
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La parentesi bresciana di Mircea Lucescu ha consacrato amicizie solide dell’allenatore romeno. Anche al sottoscritto ha riservato il piacere e la stima di una cordialità che, dopo gli allenamenti, mi consentiva di stare con lui nello spogliatoio di Campo Marte, ogni martedì, per l’intervista settimanale. Parlavamo mentre lui, in costume adamitico, faceva la doccia e si rivestiva.

Era un calcolatore attento e rigoroso, oltre a dedicarsi personalmente ai suoi «ragazzi». Potrei definirlo un puntiglioso didatta del calcio: non per nulla, terminati gli allenamenti, tratteneva sul campo i più giovani e meno dotati tecnicamente ai quali, personalmente, mostrava come trattare il pallone, come muoversi sul campo, perfino come dribblare l’avversario. A lui si deve l’arrivo di Hagi, di cui aveva decantato le eccelse qualità, direttamente all’amministratore delegato del Credito Agrario Bresciano (sponsor degli azzurri), Corrado Faissola: «Se fa venire a Brescia Hagi - aveva sollecitato sorridendo - lo vado a prendere io e lo porto qui anche a spalle». E Hagi arrivò.

Raramente, nel calcio professionistico, si è assistito ad un’amicizia ferrea e carica d’affetto col presidente, Gino Corioni che lo raccomandò anche a Moratti, tanto che poi divenne allenatore dell’Inter.

Lucescu in panchina con il presidente Corioni © www.giornaledibrescia.it
Lucescu in panchina con il presidente Corioni © www.giornaledibrescia.it

Ricordava ai suoi «ragazzi» quando egli era calciatore in Romania: «Avevo solo un paio di scarpette che tenevo a casa e andavo agli allenamenti, portandole con i lacci a cavallo della spalla destra». Fu tra i primi a considerare il portiere il «libero» della squadra perché – sosteneva – in questo modo era un calciatore in più.

Quando si passò ai tre punti per la vittoria, al momento non gradì molto il cambiamento, considerava che avrebbe aumentato il divario tra grandi club e «provinciali». Ai giocatori ricordava che il calcio non era un gioco, ma lavoro cui dedicare attenzione, energie, passione.

Amava l’arte, frutto anche della passione di sua moglie Neli, autentica esperta che frequentava musei, mostre, manifestazioni, innamorata, come il suo Mircea, dell’Italia e dei suoi tesori. Per la capacità di cogliere vantaggi da una tattica piuttosto che un’altra l’avevo soprannominato «Furbescu». Coltivava anche la pianta rara della generosità: aiutava diversi connazionali ai quali aveva procurato un lavoro all’interno del Brescia. Considerava il denaro mezzo e non fine, del resto non poteva che essere così, essendo dotato d’un’intelligenza sostanziosa. Mi mancherà molto ed ora che l’infaticabile battito dell’esistenza lo ha abbandonato, è affidato al ricordo dei bresciani che lo hanno apprezzato, ricambiati.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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