Giunta, Domini, Neri, De Paola: «Noi figli di Lucescu, per sempre grati»

C'è un detto che recita: «I cavalli di razza muoiono in pista». E allora, Mircea Lucescu è stato un allenatore di razza, animato da una passione feroce e un amore non quantificabile per il calcio e dunque «Non è un caso che praticamente fino all'ultimo sia stato laddove poteva esprimere tutto se stesso» (e cioè in pista e cioè sul campo) commentano all'unisono i suoi «figli» calcistici. Giocatori e (allora) ragazzi che a mister Mircea devono innanzitutto il loro bagaglio professionale. Senza però trascurare la profonda traccia umana che ha impresso.
«Lucescu possiamo solo ringraziarlo, ci ha resi professionisti e uomini completi, non importa quanti anni avessimo quando abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo» è il pensiero che combacia tra chi oggi piange «un maestro per definizione» non perché così si deve fare, o per circostanza, ma con sincero dispiacere. Come se fosse morto «un papà».
Questo, prima di tutto Mircea Lucescu è stato per ex Brescia come Salvatore Giunta, Sergio Domini, Luciano De Paola, Maurizio Neri. Rondinelle anni '90 che grazie al tecnico romeno si sentirono proiettati 30 anni avanti. Una specie di ritorno al futuro.
«È stato uno dei 10 migliori allenatori della storia del calcio»

«Il mister ha allenato fino a che ha avuto fiato la Nazionale romena, ma non stupisce. Vi racconto un aneddoto dei tempi del Brescia. Lui si sentì male prima di una partita che poi avremmo vinto con il Pescara (gol di Raducioiu, ndr) e io il sabato Prima della gara andai a trovarlo in ospedale. Dal letto, tirò fuori 40 fogli formato A4 sui quali era scritta tutta la preparazione della partita. Pazzesco». Il racconto è a cura di Savatore Giunta, che prosegue: «Per me è stato la persona di calcio più importante di tutte. Soprattutto però è stato uno dei 10 migliori allenatori della storia del calcio. Non ho dubbi nel definirlo così. E potrei stare a parlare di lui per 10 ore senza stancarmi».
Giunta, ora all'area scout della Triestina, 5 anni – dal '91 al '96 – da soldato di mister Mircea racconta: «La prima cosa che mi colpì di lui fu la passione allucinante che aveva e come sapeva trasmetterla. Io lo conobbi che avevo 24 anni, quando dentro di me avevo iniziato a maturare la necessità di avere un maestro che mi guidasse nel mio percorso. E arrivò Lucescu. Fu un segno del destino. Mi resi conto che fino a prima di conoscerlo, di calcio non sapevo nulla. Non sapevo né di cultura tattica, né cosa volesse dire la cura dei particolari. Per me era come uno scienziato». E ancora: «Ha incantato e cambiato tutti i giocatori che ha allenato. Dal più reattivo, al più chiuso. Ha lasciato un'impronta in chiunque. Era anche una persona speciale. Molto esigente e infatti con lui c'erano scontri, ma c'era anche molto dialogo. E aveva un grande livello di dolcezza, che era da saper cogliere».
Sul campo: «Era avanti anni luce. Conosceva il gioco, al di là delle mode. Trentacinque anni fa praticava già la costruzione dal basso, ma era molto concreto. Per cui ci diceva sempre "Mi raccomando: in situazione di rischio, palla a 80 metri. Partiamo sempre dalla sicurezza difensiva" lo scriveva sulla lavagna. Persona di una intelligenza unica: livello di conoscenza e cultura top, per dirlo con una parola. Aveva tutto ciò che manca oggi. Ripeto: aveva le idee, ma anche la concretezza... Quanto a me, facevo il terzino, ma mi ritrovavo a fare anche il centravanti: tutte cose che sembra siamo state inventate oggi. E invece...». A proposito di invenzioni: «La videoanalisi è roba sua. Prima non esisteva. Io non l'avevo mai vista fare neanche in serie A. Portò questa rivoluzione con Bacconi e Piccioni. Da lì nacque la Digital Soccer. A casa sua inoltre – io abitavo in un appartamento sopra il suo – aveva una vetrina lunga non so quanti metri zeppa di video cassette piene di situazioni di gioco e di studio. Mi fece imparare anche da quelle. Lui è stato la mia fortuna e avrebbe meritato di guidare le più grandi squadre del mondo. Non so se non sia successo per questioni di fortuna o virtù, alla Machiavelli, di certo c'è che non sempre i più grandi sono riconosciuti come tali».
«Superiore a chiunque eppure umile»

Il Brescia – tra i più belli di sempre – di Mircea Lucescu, è abbinato anche al nome di un regista sopraffino come fu Sergio Domini. Giocatore modernissimo che fu per tre anni agli ordini di un allenatore che lo era altrettanto: «Semplicemente Lucescu era un formatore. Che tu avessi 20 anni o 30 anni, non faceva differenza: lui ti trasformava, ti apriva la mente. Sinceramente era troppo superiore a chiunque». Come faceva a conquistare tutti a prescindere dalle esperienze di ciascuno nel calcio? «Non poteva non conquistarti attraverso i suoi allenamenti: ti accorgevi che ti migliorava. E poi aveva quest'amore e questa passione alle quali non potevi rimanere indifferente. Semplicemente, ti trasportava. Inoltre, era umanamente una persona molto semplice. Aveva un grande background, una grande esperienza, eppure era umilissimo. Anni fa andai a trovarlo in Romania e lui mi accolse come se il tempo non fosse passato, col piacere di stare insieme, parlare, confrontarsi... Tornando sl suo modo di fare, era anche molto consapevole delle sue capacità. Questa sua consapevolezza la trasferiva ai Giocatori: ci dava autostima e certezze. Anche perché – dice ancora Domini – tutto ciò che ci mostrava poi si verificava sul campo. Inoltre era molto franco e diretto: ti diceva in faccia tutto ciò che pensava. È stato un suo grande pregio. Inutile girarci intorno: ha fatto la fortuna di tantissimi ragazzi che ha allenato. Uomo d'altri tempi che avrebbe avuto ancora molto da insegnare pure ai suoi colleghi di oggi...».
«I suoi allenamenti di tecnica ancora attuali»
«Che allenatore. Insuperabile. E io ancora oggi propongo ai miei ragazzi gli allenamenti a base di "tecnica Lucescu"» commenta un commosso Maurizio Neri, oggi allenatore nelle giovanili della Reggiana. "Tecnica Lucescu", ovvero? «Quaranta-quarantacinque minuti col pallone a ogni sessione. In quel lasso di tempo alleni tutto, pure la forza, ma sempre col pallone tra i piedi. E guarda caso cosa si dice oggi parlando della crisi del nostro calcio? Che si deve tornare alla tecnica!».

Maurizio Neri sente di dovere a Lucescu: «Praticamente tutto. Lo conobbi a Pisa che ero già un giocatore fatto, evoluto. O meglio, mi correggo: io credevo di esserlo, forse anche con un po' di presunzione, fino a che non ho incrociato il mister. Mi ha stravolto e completamente trasformato come giocatore. Ero un corridore di fascia, attraverso i video – che inventò lui con Bacconi – e il lavoro sul campo mi convinse che potevo essere molto altro. E così fu. Era un conquistatore di persone e giocatori perché aveva così tante nozioni e conoscenze che era impossibile non lasciarsi guidare da lui. Che oltretutto era uomo di grandissima cultura. Intanto, già 30 anni fa parlava 5 lingue e si divertiva spesso a mischiarle, sicché con gli italiani parlava inglese, con i romeni parlava francese e via così. Viveva di calcio e per il calcio, ma era una persona a 360°: a esempio con tantissimo amore ci parlava della Romania, della dittatura, degli anni di Ceausescu, dei problemi del suo Paese del quale era follemente innamorato. Impossibile non restare affascinati».
Calcisticamente: «È stato anche l'allenatore che mi ha fatto diventare il capitano del Brescia dopo Bonometti e come dimenticare Wembley. Racconto un aneddoto che fa capire il rapporto che avevamo: io ero un titolarissimo di quella squadra nella quale pure iniziai a fatica dopo due anni molto difficili alla Lazio: letteralmente Mircea mi ricostruì.A ogni modo in quella finale il mister voleva premiare anche chi giocava meno. Venne da me e mi disse "Maury, sei l'unico che può capire ciò che gli sto per dire e cioè che non inizierai la partita, ma entrerai nella ripresa. Io lo accettai senza battere ciglio e lui mi abbracciò, Quando entrai lo feci con serenità d'animo e ancora rosico per aver sbagliato il gol del 2-0 su assist di Hagi...».
«Alzava il livello dei giocatori normali»

Luciano De Paola ha avuto con Mircea Lucescu uno straordinario rapporto personale e umano. Ogni volta che il tecnico capitava in città o sul lago di Garda dove aveva una casa, era l’occasione per incontrarsi. Tra i «covi» prediletti del tecnico romeno, la pizzeria «Bella Napoli» in città. Ma è vivo il ricordo dei blitz di Lucescu nel mese di giugno, per festeggiare il compleanno di Gino Corioni: il ritrovo dei due uomini di calcio con le rispettive famiglie, era il ristorante del centro sportivo Rigamonti. Tornando a De Paola: «La specialità di Mircea - racconta il “Pirata” che poggi allena il Ciliverghe ed è apprezzato opinionista a Teletutto – era quella di riuscire a migliorare tutti i giocatori, anche quelli normali, ovvero coloro che non avevano chissà quali doti particolari. Non è da tutti. Io lo trovai sul mio cammino che ero già “De Paola”, ovvero ero già io con la mia personalità e il mio carattere oltre che con un’esperienza dato che avevo 31 anni: conquistò me e gli altri big come Domini e Bonometti semplicemente attraverso allenamenti diversi da quelli di tutti gli altri e che erano anche molto divertenti. Lo dicevano anche giocatori come Ganz che avevano già avuto allenatori molto importanti come a esempio Capello». La sua eredità: «È il possesso palla. Lo ha portato lui in anni insospettabili tracciando una strada che oggi è anche quella dei Guardiola e dei De Zerbi. I suoi insegnamenti li porto sempre con me e cerco ancora di impartirli ai ragazzi che alleno. Tra i miei concetti primari, che erano i suoi c'è quello della fantasia da centrocampo in su: da centrocampo in su, si va a tocchi liberi. Lui mi ha dato il pensiero. È stato unico».
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