La questione del voto di preferenza agita la maggioranza. Fratelli d’Italia vorrebbe reinserirle, andando in controtendenza con la tradizione della Seconda Repubblica, fatta di liste bloccate, collegi uninominali ed eletti praticamente scelti dai leader. Forza Italia e Lega le temono, invece.
Ci potrebbero essere sponde nel centrosinistra per far passare un emendamento che ammetta le preferenze, ma il centrodestra blinderà la legge in questo primo passaggio (poi si vedrà: sia per eventuali modifiche, sia per un eventuale ripensamento e la conferma del sistema attuale).
Quello del voto di preferenza è un tema delicato, perché durante la Prima Repubblica se ne potevano esprimere parecchi (fino a tre-quattro): il sistema permetteva combinazioni numeriche utili per individuare, seggio per seggio, se i portatori di voti avevano rispettato la promessa di far confluire sui candidati del partito il pacchetto di consensi previsto. Ne parla diffusamente il film di Nanni Moretti «Il portaborse».
Certo, le preferenze – ridotte a una col referendum abrogativo del 1991 solo perché il «ritaglio» della legge non permetteva di abolirle – erano anche un mezzo per agevolare comportamenti dubbi o illegali, però non bisogna generalizzare. Un coltello può servire per tagliare il pane o per uccidere: dipende da chi lo usa e come. Poiché la scienza della politica non ha il compito di parteggiare ma di spiegare i fenomeni, è bene dunque affrontare il tema delle preferenze evidenziandone i lati positivi e negativi e gli effetti sul sistema politico.
In primo luogo bisogna sottolineare che la reintroduzione del voto di preferenza andrebbe a indebolire i leader che tendono a costruirsi gruppi parlamentari «su misura», mentre prima del 1994 le preferenze servivano per dare spazio anche a figure esterne ai partiti, così come a misurare il consenso dei rappresentanti delle varie correnti dei gruppi maggiori (soprattutto Dc e Psi, ma anche gli elettori del Psdi usavano molto questo strumento, al quale si faceva – in generale – molto più ricorso nel Mezzogiorno che al Centronord).

In secondo luogo, va sottolineato che il voto di preferenza impedisce che ci siano eletti «in carrozza», che possono anche non fare propaganda perché sono sicuri del posto (avendo il primo o il secondo piazzamento fisso in lista, con la legge attuale). La competizione può dunque far bene sia ai candidati – che si «pesano» e si misurano col consenso popolare vero e personale – sia al partito (il passaggio alla preferenza unica, nel 1992, danneggiò la Dc che usava molto questo strumento: molti peones, dovendo correre da soli senza l’abbinamento con i big, rinunciarono di fatto a cercare voti, indebolendo lo scudo crociato).
Il grande dilemma è se preferire che i candidati siano scelti dai partiti senza possibilità di intervento dell’elettore o se – come accade alle amministrative – sia invece l’elettorato a decidere chi far prevalere fra i candidati in lista. Ci sarebbe anche una ipotesi intermedia della quale si parla: un capolista bloccato e gli altri con le preferenze; tuttavia, in questo modo i partiti più piccoli eleggerebbero quasi solo candidati bloccati, mentre l’opposto avverrebbe per i partiti maggiori.
Poi c’è l’alternanza uomo-donna: ci vuole la doppia preferenza di genere. Al di là dei tecnicismi, resta la grande domanda di fondo: sia i «partiti del capo», sia la compravendita di preferenze sono fenomeni estremi non tanto positivi per la democrazia. Se si vogliono le liste bloccate, le si stili tenendo conto almeno delle varie anime del partito; se invece si adottano le preferenze, si faccia in modo da approntare controlli e leggi severe contro chi procaccia in modo illecito «pacchetti di voti». Tutto si può fare, dunque, purché bene.




