Meloni cambia il gioco: la riforma elettorale per blindare la vittoria

All’orizzonte un modello proporzionale con premio di maggioranza per battere il campo largo
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi - © www.giornaledibrescia.it
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Palazzo Chigi - © www.giornaledibrescia.it
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A poche ore dal voto per le Regionali è ripartito il dibattito sulla riforma elettorale. Le motivazioni del mutamento del meccanismo di trasformazione dei voti in seggi sono – in questo caso come in quasi tutti i precedenti – di natura politica e di convenienza. La destra, alle scorse elezioni politiche, non ha notato (o non ha voluto notare, visto che le opposizioni non si sono coalizzate, regalando alla Meloni un successo storico, pur avendo meno del 44% dei voti) che il sistema elettorale col quale si votava era mal fatto, congegnato in modo da accontentare tutti e nessuno, perciò non l’ha cambiato.

Ora, a tre anni dall’inizio della legislatura, la legge elettorale non va più bene, forse perché adesso il «campo largo» (malmesso e con due leader ognuno dei quali non riconosce la primazia dell’altro) è pericoloso. Sembra strano, ma la destra teme il centrosinistra allargato perché lo considera assemblabile molto più di quanto ci credano gli elettori e i leader delle opposizioni. Poiché la Meloni vuole vincere le prossime elezioni (anzi deve, per conquistare alla destra il Quirinale e, più gradualmente e in generale, le istituzioni della Repubblica) è necessario escogitare qualcosa per battere il «campo largo».

Schede elettorali - © www.giornaledibrescia.it
Schede elettorali - © www.giornaledibrescia.it

La legge elettorale può servire, anche perché oggi i sondaggi di Ipsos danno alla destra circa il 46,4% dei voti contro un 45,5% circa delle opposizioni (senza contare il 3% di Azione); altre rilevazioni attribuiscono alla coalizione di governo intorno al 47-48% e un 45 scarso alle opposizioni, ma la sostanza non cambia. Il punto è che, soprattutto se una legge elettorale che premiasse le forze non coalizzate riuscisse a rafforzare le volontà terzopoliste di Azione (non facendola entrare nel «campo largo») assicurando ai «terzi incomodi» una rappresentanza parlamentare, la Meloni potrebbe vincere la partita.

Cosa meno facile, invece, con l’attuale legge, fatta di collegi uninominali che la costringerebbero a perdere al Sud (M5s e Pd correrebbero insieme, strappando molti seggi alla destra, come ha spiegato molto bene il prestigiosissimo Istituto Cattaneo di Bologna) ma anche a regalare alla Lega parecchi collegi del Nord (la scorsa volta Salvini ebbe più posti del previsto; è evidente che stavolta, essendo determinante, non ne chiederebbe certo di meno). Così, meglio azzerare tutto: niente maggioritario, solo proporzionale pura (così, FdI col 30% dei voti avrebbe più del triplo dei posti della Lega o di Forza Italia) e un premio da assegnare alla coalizione più votata con almeno il 40 o 45% dei suffragi, per assicurarle la maggioranza assoluta dei seggi.

In pratica, la stessa cosa che accade nelle Regioni e che si vorrebbe fare nei Comuni abolendo il secondo turno: chi arriva in testa al primo vince subito, per evitare che al ballottaggio gli elettori avversari si coalizzino contro le destre. In tutto ciò non c’è, va detto apertamente e chiaramente, nulla di male o di illegittimo o di illegale: si tratta di scelte di opportunità politica che, semmai, investono un campo – l’etica e il rispetto delle regole del gioco – che dall’inizio della Seconda Repubblica appaiono retaggi ottocenteschi.

Peraltro, l’indicazione del candidato presidente del Consiglio sulla scheda (non vincolante per il Capo dello Stato, altrimenti sarebbe incostituzionale) sembra fatta apposta per far scontrare Conte e Schlein. Come si è visto quando la segretaria del Pd ha chiesto il confronto a due con la Meloni, quest’ultima ha rilanciato con l’aiuto di Conte, creando un attrito fra i due capi dell’opposizione e mostrando agli elettori che da una parte c’è una leader indiscussa e dall’altra due aspiranti al trono che finiranno forse per distruggersi a vicenda (o per sfasciare il «campo largo»).

Conte non accetterà di stare in una coalizione «Schlein presidente» e viceversa. Questa mossa della Meloni sulla legge elettorale è molto scaltra, anche se deve essere realizzata entro un anno dal voto, se la si vuole condurre in porto, perché più organismi internazionali hanno giudicato male i Paesi che cambiano le regole prima delle elezioni. Ecco perché è probabile che dopo il referendum (soprattutto se vincerà il sì sostenuto dalla maggioranza di governo) la riforma elettorale entri rapidamente in pista per tagliare – a tempo di record – il traguardo dell’approvazione definitiva.

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