Economia

Patrimoniale, storia dell’imposta sulla ricchezza che divide gli italiani

La proposta di legge presentata a maggio è solo l’ultimo capitolo di un lungo dibattito: cos’è l’imposta sui patrimoni dei ricchissimi e perché in Italia si torna sempre a discuterne
Marco Papetti

Marco Papetti

Giornalista

La deputata statunitense Ocasio-Cortez al Met Gala del 2021 - Foto Facebook
La deputata statunitense Ocasio-Cortez al Met Gala del 2021 - Foto Facebook

Tassare le grandi ricchezze, per finanziare la spesa pubblica, ridurre il debito e diminuire le diseguaglianze. E spostare almeno in parte il peso del carico fiscale dal lavoro ai patrimoni. Sono alcune delle argomentazioni di chi sostiene la necessità di introdurre, anche in Italia, un’imposta sui grandi patrimoni. Il tema è tornato di recente al centro del dibattito pubblico italiano, dopo la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare e le raccomandazioni della Commissione Ue all’Italia. Ma perché si torna sempre a parlarne? È mai stato in vigore in Italia qualcosa di simile a una patrimoniale? E quante persone riguarderebbe oggi?

La proposta di legge di iniziativa popolare

La proposta più recente di introduzione della patrimoniale risale a circa un mese e mezzo fa, quando, il 7 maggio, è stata presentata alla Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare promossa da politici, economisti, professori e ricercatori universitari, riuniti nel comitato «1%Equo». La raccolta firme per sostenere la proposta è partita il 13 maggio e durerà fino al 15 novembre: al momento, secondo quanto risulta dal sito del Ministero della Giustizia, ha già superato il quorum di 50mila firme necessarie perché la proposta di legge possa arrivare in Parlamento.

Ma che cosa propone? Per prima cosa, l’introduzione di un’imposta annuale sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, con l’esclusione dell’abitazione principale e delle imposte patrimoniali già versate. Le aliquote, progressive, andrebbero dall’1% al 3,5%. In particolare, si propongono queste percentuali: 

  • 1% sulla quota di patrimonio tra 2 e 5 milioni di euro
  • 1,7% sulla quota di patrimonio tra 5 e 8 milioni di euro
  • 2,1% sulla quota di patrimonio tra 8 e 20 milioni di euro
  • 3,5% sulla quota di patrimonio superiore ai 20 milioni di euro

Secondo le stime presentate assieme alla proposta di legge, l’introduzione di una patrimoniali con queste caratteristiche, se applicata a una platea tra i 200mila e i 500 mila contribuenti, farebbe incassare allo Stato tra i 26 e i 60 miliardi di euro. Oltre all’imposta sui grandi patrimoni, l’iniziativa depositata in Cassazione propone la riforma di un altro prelievo non legato ai redditi da lavoro, la tassa di successione, proponendo l’istituzione di nuove aliquote progressive per i lasciti a parenti in linea retta. 

Perché si discute di patrimoniale

Nel nostro Paese la maggior parte della tassazione grava sul nuovo reddito che si produce e meno sulla ricchezza che si possiede. Lo ha rimarcato di recente anche la Commissione europea, nelle raccomandazioni che ha inviato all’Italia a inizio giugno: in quell’occasione, Bruxelles ha sottolineato come nel nostro Paese il sistema fiscale si basi in gran parte sulla tassazione del lavoro, mentre ci sarebbe «margine», secondo la Commissione, «per spostare parte del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi imponibili attualmente sottoutilizzate, tra cui il patrimonio e le successioni».

Chi sostiene la necessità di introdurre una patrimoniale, come appunto il comitato «1% Equo», ritiene che un’imposta di questo tipo potrebbe migliorare l’equità della distribuzione del reddito e della ricchezza e riequilibrare la pressione fiscale in funzione della capacità retributiva.

Chi invece è contrario alla proposta di una patrimoniale oppone spesso l’argomentazione secondo cui un’imposta sui patrimoni più alti provocherebbe una «fuga» dei grandi capitali dall’Italia: è quanto, ad esempio, ha sostenuto di recente Matteo Renzi, che si è detto contrario alla nuova imposta. La premier Giorgia Meloni, dal canto suo, si è detta contraria alla possibilità di tassare i cittadini con patrimoni elevati, rivendicando invece l’intervento sui patrimoni «di banche e società energetiche». Un’altra argomentazione di chi si oppone alla patrimoniale è che un’imposta di questo tipo colpirebbe per la seconda volta una ricchezza accumulata con redditi già soggetti a prelievo fiscale. 

Le tasse sul patrimonio in Italia

Ma in Italia è mai stata introdotta un’imposta sui grandi patrimoni? Dei prelievi che interessano il patrimonio in effetti esistono, come l’Imu, che si applica sul possesso di immobili diversi dall’abitazione principale. Non c’è però un’imposta che interessi l’intero patrimonio di un contribuente che possiede grandi ricchezze.

Nella storia d’Italia, però, è capitato che venissero effettuati dei prelievi sul patrimonio: una prima «patrimoniale» fu introdotta nel 1922, per dare respiro ai conti dello Stato dopo la Prima Guerra mondiale. La misura, in questo caso, si applicava persone fisiche ed enti con un patrimonio imponibile di almeno 50mila lire.

Sotto il fascismo, tra il 1936 e il 1938, vennero istituite altre tre imposte patrimoniali, anche per colmare i debiti delle guerre coloniali: le misure colpivano la proprietà immobiliare, il capitale delle società per azioni e quello delle aziende industriali. Nel 1947, nell’Italia uscita dalla Seconda guerra mondiale, furono istituite altre tre patrimoniali. Una, «l’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio», interessava le persone fisiche e aveva un’aliquota che aumentava dal 6%, per i beni di 3 milioni di lire, fino a 61,6% per i patrimoni oltre un miliardo e mezzo di lire. Un altro tributo si applicava al patrimonio imponibile delle società quotate in borsa, mentre un ulteriore patrimoniale inaspriva quella sui patrimoni individuali. 

Nel 1992, infine, il governo di Giuliano Amato impose un «prelievo forzoso» del 6 per mille su tutti i conti correnti bancari, motivandolo con l’esigenza di evitare un ulteriore dissesto finanziario e permettere alla lira di restare agganciata al sistema monetario europeo. Nei seguenti tre decenni, fino a oggi, le proposte di patrimoniali si sono poi ripresentate ciclicamente. 

L'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il sondaggio

Secondo uno studio pubblicato sul sito della Banca d’Italia, alla fine del 2025 nel nostro Paese il 10% più ricco delle famiglie deteneva il 60,6% della ricchezza totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2%. Inoltre, nel 2025 la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, misurata dall'indice di Gini, sarebbe aumentata rispetto al 2024 dal 71,5 a 72,2.

E gli italiani cosa ne pensano? Stando a uno di Only Numbers, sul tema il Paese sarebbe quasi diviso in due: il 48,1% si è infatti detto favorevole all’introduzione di una patrimoniale, a condizione che il gettito venga destinato al finanziamento dei servizi pubblici. Il 31,2% si è detto contrario, mentre il restante 20,/% ha affermato di non avere un opinione a riguardo o non ha risposto.

In particolare, la soglia minima da cui dovrebbe scattare il prelievo è indicata dalla maggior parte degli intervistati (31,6%) in 1 milione di euro, seguita da chi la farebbe partire da 500mila euro (25,3%). Per il 68,5%, inoltre, la patrimoniale dovrebbe riguardare anche i beni finanziari e immobiliari. L’ipotesi che l’introduzione di questo tipo di imposta possa causare una fuga di capitali all’estero è tuttavia ritenuta un rischio reale per il 63,7% del campione intervistato.

Gli elettori più favorevoli alla nuova tassazione, infine, sono quelli di Alleanza Verdi-Sinistra (100% di risposte positive), seguiti dal Partito democratico (71,1%). I più contrari sono gli elettori di Forza Italia (67,45 di «no» alla patrimoniale). Tra chi vota Fratelli d’Italia è contrario il 51,2%, contro un 31,5% di favorevoli, nella Lega si oppongono alla patrimoniale il 36,45 degli elettori intervistati (il 27,2% è invece favorevole). La maggior parte dei sostenitori di Futuro Nazionale di Vannacci, invece, ha ammesso di vedere di buon occhio un’imposta sui grandi patrimoni (55%).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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