La scuola dell’adolescenza e la distanza dalla realtà

Nei giorni scorsi sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) sono state pubblicate le nuove indicazioni didattiche per i Licei, elaborate da una Commissione Tecnica istituita nel 2024 e organizzata secondo un inedito «triangolo» di competenze: area pedagogico-didattica, area disciplinare e associazionismo professionale.
Da esse si evince una visione del Liceo come «scuola dell’adolescenza», orientata a formare la soggettività dei giovani attraverso lo sviluppo del pensiero, dello studio, del discernimento e dell’azione responsabile, individuale e collettiva. Centrale è il ruolo della lettura e della scrittura, tanto che «scuola dell’adolescenza e scuola del leggere coincidono». Viene, inoltre, sottolineata l’importanza delle relazioni, dell’empatia e del rispetto reciproco; così come la sfida dell’Intelligenza Artificiale, da integrare in modo critico, etico e antropocentrico. Il tutto accompagnato da una valutazione sempre più orientata al merito e alla personalizzazione dei percorsi e allo sviluppo di un corpo docente dotto e collegiale.
Ad una prima impressione sorgono almeno due perplessità. La prima è il rischio di trovarsi davanti a un quadro ideale che fatica a fare i conti con la realtà quotidiana della scuola. Il Liceo descritto sembra popolato da studenti motivati, disciplinati, pronti a leggere, scrivere e impegnarsi senza difficoltà. Una rappresentazione che dimentica quanto sia invece diffusa la fragilità, la fatica nello studio, la disaffezione all’apprendimento.
Viene in mente la lezione di Daniel Pennac: lo studente «somaro» non è un’eccezione, ma il più tipico degli studenti, quello per cui la scuola esiste davvero. Perciò, questo orizzonte ideale del Liceo, rassicurante, romantico e dai toni nostalgici, corre il rischio di far sognare l’impossibile proprio mentre si continua a dormire, facendo finta che la realtà non esista e non capendo che va affrontata cambiando prassi concrete, non prospettando più che ovvi ideali educativi. Sarebbe come voler migliorare la sanità limitandosi a ricordare ai medici il valore della cura e quanto sono teneri i loro pazienti, senza occuparsi di incidere sulle loro condizioni di lavoro.
La seconda perplessità riguarda il ruolo degli insegnanti. Le indicazioni li descrivono come professionisti colti, dediti allo studio continuo e non al semplice aggiornamento (come se le due cose fossero in contrasto). Un richiamo condivisibile, ma anche piuttosto ovvio: è difficile immaginare un docente che disprezza lo studio delle sue discipline. Il rischio, tuttavia, è che questo richiamo sottintenda proprio una sfiducia verso il corpo docente attuale. Davvero nelle scuole mancano insegnanti preparati, che amano lo studio e desidererebbero coltivarlo di più.
Perciò, se si vuole favorire davvero un corpo docente più dotto, sarebbe più opportuno intervenire sulle condizioni di impiego di chi ne fa parte, con gratificazioni economiche e, soprattutto, alleggerendo il carico di faccende burocratiche cui è sottoposto negli ultimi anni proprio dalle politiche ministeriali. Oppure, si crede di realizzare tutto questo, solo diminuendo i soldi disponibili per la «Carta del Docente»?
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