Opinioni

La missione del prete resta quella di custodire l'umano

L’uomo del nostro tempo ha bisogno di una parola che rincuora, incoraggia, salva: «È la carezza di una mamma che gli occorre, è un cuore forte di babbo»
Otto le ordinazioni in Cattedrale
Otto le ordinazioni in Cattedrale

Aveva 27 anni don Lorenzo Milani nel 1950 quando, giovane curato a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze, il 7 ottobre dedicò una poesia ai preti novelli fiorentini. Don Milani, prete da tre anni, in realtà cominciava ad essere un sorvegliato speciale, oggetto di critiche, in alcune sacrestie della città toscana e hinterland. Infatti non si vedeva molto bene la sua azione pastorale, basata sulla convinzione che un oratorio non deve fornire bar e calciobalilla, ma deve fare scuola, educare, istruire, formare... Una scelta che non pochi vedevano come la bizzarria di un prete che risentiva troppo del clima intellettuale respirato nella sua nota famiglia di artisti e archeologi.

La poesia di don Milani torna, comunque, alla mente pensando alle ordinazioni sacerdotali che hanno avuto luogo ieri in Cattedrale. I giovani che diverranno preti sono otto: quattro diocesani, due della famiglia religiosa dei Pavoniani e due Carmelitani di San Pietro in Oliveto in Castello. Quel componimento poetico, intitolato Orfano, è molto semplice: parla di un ragazzo senza genitori e senza famiglia, triste e malato che attende la carezza di una madre, di un padre. Per andare da lui il prete novello per don Milani deve correre, senza troppi calcoli e preoccupazioni di sé. La poesia, traversata da echi ora pascoliani e ora carducciani, sottolinea molto che quel bimbo orfano ha bisogno di un babbo e il novello «babbo senza figlioli per sempre» corre. Corre perché è la sua missione, preparata in 12 anni di studi. Corre per portare l’immagine del Padre che è nei cieli. Il ragazzo non ha bisogno di pane, non ha bisogno di denaro, ma ha solo «fame di un babbo».

Purtroppo la poesia ha una conclusione «tragica» per l’epiteto che quel ragazzo rivolge al prete novello. Un termine forse un poco ridanciano per i toscani ma grave per i lombardi... A significare che non sempre l’azione del prete trova accoglienza e gratifiche. Ma non importa, don Milani insiste: «Corri prete novello, sacrificati, dona (...). Corri, la tua parola di vita avrà frutto».

Il solenne rito di ordinazione - © www.giornaledibrescia.it
Il solenne rito di ordinazione - © www.giornaledibrescia.it

Oggi, dopo tre quarti di secolo, è ancora attuale la poesia di don Milani? Attuale più che mai. Quel ragazzo orfano c’è ancora: è l’umanità del nostro tempo, così puntualmente descritta da papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas.

È verso l’uomo del nostro tempo che il prete novello deve correre... L’uomo del nostro tempo ha bisogno di una parola che rincuora, incoraggia, salva. «Pane? No per la sua fame non serve. Denaro? Neanche il denaro serve». Cosa serve allora? «È la carezza di una mamma che gli occorre, è un cuore forte di babbo».

Leone XIV della Magnifica Humanitas scrive che la Costituzione conciliare Gaudium et spes «ci ha consegnato l’immagine di una Chiesa che si fa prossima dell’umanità, compromessa con il mondo, e impegnata a riflettere non su schemi astratti, ma a partire dalla concretezza delle situazioni storiche».

In questa «vicinanza» nel mondo il prete è chiamato ad essere «babbo degli orfani... Immagine del Padre dei cieli». Come dice lo stesso Leone XIV verso la conclusione della sua prima lettera enciclica serve custodire l’umano, nella libertà e nella verità. Bisogna investire nella educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace... Solo così si potrà «ricostruire Gerusalemme», simbolo di ogni nostra città o luogo di civile convivenza. Il mondo sarà sempre meno orfano percorrendo questa strada. Le macchine, i robot e gli algoritmi non potranno mai sostituire la carezza di un padre. Per questo possiamo ancora ripetere le vetuste parole di don Lorenzo Milani: «Corri, novello, corri...».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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